Le vele scarlatte, di Pietro Marcello

Liberamente ispirato a Le vele scarlatte di Aleksandr Grin, mescola fiaba, melodramma e musical. Affascinante e respingente, la materia (del cinema) rischia di affogarlo. Quinzaine des réalisateurs

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Il gesto, la materia. Tutto comincia dalle mani. È il primo contatto tra Raphaël e sua figlia Juliette. Sono anche quelle con cui il protagonista rende omaggio alla moglie defunta Marie con una statua di legno o con cui suona la fisarmonica davanti alla sua tomba. Dopo Jack London in Martin Eden, c’è il romanzo omonimo dello scrittore russo Aleksandr Grin alla base di Le vele scarlatte, primo film in lingua francese realizzato dal regista. E ancora una volta la scrittura di Maurizio Braucci (che ha scritto la sceneggiatura con lo stesso cineasta, Maude Ameline e con la partecipazione di Geneviève Brisac) con cui Marcello aveva già collaborato per Bella e perduta e Martin Eden, è fisica e astratta nel dare forma alla passione, al desiderio di fuga e all’oppressione.

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In un luogo del Nord della Francia, Raphaël torna a casa dopo aver combattuto durante la Prima Guerra Mondiale. Scopre che la moglie Marie è morta e ha una figlia, Juliette, cresciuta da Adeline, la donna che le ha fatto da madre. La ragazza cresce, è diversa dai suoi coetanei e sviluppa uno spirito libero. Un giorno incontra una maga sulle rive del fiume una maga che le predice che delle vele scarlatte la porteranno via dal suo villaggio e la ragazza tiene sempre accesa la speranza che questa visione possa avverarsi.

C’è il tempo che passa sul corpo di Julien, una sorprendente Juliette Jouan, una mutazione che avviene a cavallo tra Prima e Seconda Guerra Mondiale. Le vele scarlatte esplora ancora melodramma e sperimentazione, regala l’illusione del frammento d’archivio, per esempio, nelle immagini sporche con i carri armati e i soldati o i colori sporco seppia della fotografia di Marco Graziaplena nella scena in cui Juliette si prova i cappelli.

Le vele scarlatte mescola fiaba e musical, sta attaccato alla terra come un Tavernier post-bellico (La vita e nient’altro) e vola nelle scene in cui Juliette canta come un Demy visto dalla finestra illuminata. Ma è un film che non riesce a volare neanche nella sua parte più riuscita, l’incontro della protagonista con l’aviatore Jean interpretato da Louis Garrel. Sorretto da un cast che ha tra i protagonisti anche l’ottimo Raphaël Thierry, Noémie Lvovsky e Yolande Moreau, Marcello racconta una storia di emancipazione femminile alternando la bruta quotidianità (la violenza, la scena in cui Juliette viene chiamata strega dalle coetanee, Raphaël che non mantiene il lavoro) e una dimensione magica dove il suo cinema può liberare tutte le sue potenzialità visivo-sperimentali. La materia (del cinema) prevale però sul sogno e rischiano di affogarlo. E così anche la bellezza resta appannata. L’impressione è che in alcuni frammenti del cinema di Marcello ci sia già un’immagine preesistente. Può essere una foto, un’immagine d’archivio, un dipinto di cui cerca soprattutto di catturare prima la luce, poi i corpi, infine la storia. Una direzione per certi aspetti affascinante, per altri respingente. Dove finisce la purezza del talento del cineasta e dove comincia quella di un (auto)compiacimento formale?

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5
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Il voto dei lettori
1.6 (5 voti)
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