#Venezia76 – Martin Eden, di Pietro Marcello

“Il quadro è bello, ma da lontano… da vicino si vedono solo le macchie, dice Martin Eden mentre scopre l’Arte in casa dell’amata Elena Orsini. Un passaggio della linea che segnerà per sempre la sua vita: da marinaio figlio del popolo e quasi privo di istruzione, alla travolgente nascita del desiderio d’amore e di cultura. Perché per Martin Eden (e per Pietro Marcello) la sperimentazione sulle potenze della dialettica tra parole (e immagini) diventa una condizione intimamente legata alle dinamiche del desiderio. Ed è per questo che il “libero adattamento” dell’omonimo romanzo di Jack London – uscito nel lontano 1908 – riesce comunque a mantenere tutte le referenze principali al percorso umano, relazionale e politico del protagonista. Pietro Marcello e il co-sceneggiatore Maurizio Braucci spostano la vicenda da San Francisco negli anni ’10 a Napoli in un’epoca indefinita colta tra dagherrotipi di fine Ottocento e partie de campagne dipinte in stile Renoir, rivendicazioni operaie di inizio Novecento ed echi della Seconda guerra mondiale, infine televisori a colori con tubo catodico e automobili anni ’80. Un consapevole caos dei segni che fa balenare i resti della modernità otto-novecentesca come campo d’azione espanso in cui ambientare la vicenda. Ecco che se lo sguardo dell’Eden di London faceva presagire in maniera lucidissima le dispute ideologiche e le lotte di classe nel nascente XX secolo, quello di Marcello opera qui un vertiginoso riattraversamento di quell’eredità concettuale ragionando indirettamente sulle derive dell’attuale tardo capitalismo.

La storia è nota: Martin salva la vita al giovane Arturo Orsini che per ringraziarlo lo invita nella sua casa presentandogli i genitori, gli amici e soprattutto la sorella Elena che fa esplodere il sentimento amoroso. Ma amore e poesia sembrano entrambe condizioni impossibili da raggiungere: la prima per la differenza di classe sociale e la seconda per la difficoltà a sopravvivere economicamente. Il ragazzo – con l’aiuto dell’amico/mentore Russ Brissenden/Carlo Cecchi – inizia a scrivere poesie e racconti sviluppando una soggettività sociale che si muove tra Karl Marx e Herbert Spencer, tra un socialismo critico e un individualismo anarchico, come allegoria della condizione di “artista alienato nell’industria culturale” così cara a Jack London. Martin rivive quindi le sue esperienze passate attraverso il filtro di un progressivo sapere filosofico, ma sembra paradossalmente impossibilitato all’azione: l’ormai affermato scrittore internazionale vuole disperatamente agire per cambiare il mondo che lo circonda attraverso la “verità”, ma si sente sempre più lontano da se stesso e dal proprio sogno d’amore.

Pietro Marcello è molto abile nel mescolare tutte queste forze dicotomiche legate alla modernità novecentesca instaurando una fertile dialettica tra retoriche classiche hollywoodiane (con tanto di primo bacio sottolineato da crescente colonna sonora), cinema moderno anni Sessanta (con soluzioni formali che ricordano François Truffaut e Alain Resnais), infine immagini d’archivio decontestualizzate e montate in maniera visionaria (tra l’avanguardia di Epstein e l’intermedialità dell’ultimo Bellocchio). Quindi il suo originario approccio da cinema del reale che allude spesso alla finzione come irrinunciabile regime testimoniale delle immagini contemporanee (con Bella e perduta come film limite di tale poetica) si sovverte in questo film partendo direttamente dalla traccia finzionale (il romanzo di Jack London) e cercando solo dopo inediti “ponti” con il nostro mondo. La lunga soggettiva libera indiretta del protagonista, pertanto, sembra la summa di ogni discorso politico e di ogni attraversamento di confine operato sin qui da Marcello: quello tra realtà e finzione (La bocca del lupo), tra individuo e società (Il passaggio della linea), tra tradizione popolare e cinema d’avanguardia (Bella e perduta).

Del resto la forza (e a volte la fragilità) del cinema di Pietro Marcello sta proprio in quella sana ostinazione a pensare il montaggio come correlativo oggettivo del nostro sentimento trovando sempre nuove significazioni alle singole immagini (ovviamente Il silenzio di Pelešjan). Anche grazie alle notevoli capacità espressive di Luca Marinelli, pertanto, Martin Eden sembra sempre più ingabbiato nel ruolo contraddittorio di intellettuale nel/contro il sistema scalando le gerarchie sociali che vorrebbe abbattere. Sono solo le immagini, allora, ad arrogarsi il compito di produrre movimento: l’archivio novecentesco (per buona parte rigirato) storicizza la nostra percezione tra scioperi del primo maggio e navi all’orizzonte, bambini che danzano gioiosi e volti che ci guardano dal passato, configurando il tormentato sguardo del protagonista attraverso singole tracce di memoria condivisa. Un film ambiziosissimo, che forse nella seconda parte non regge interamente il peso della riflessione politica sul (nostro) mondo, ma che riesce comunque a instaurare un’istantanea e potente fascinazione: come il quadro espressionista che rapisce l’attenzione di Martin Eden anche questo film esige una visione d’insieme per cogliere ogni connessione nascosta, perché concentrandosi solo sui singoli dettagli si vedrebbero le macchie.

“Passato, presente e futuro si fondevano mentre lui fluttuava attraverso quel mondo vasto e caldo, attraverso grandi avventure e gesta nobili compiute per lei, sì, proprio per lei e per conquistarla, abbracciandola e portandola con sé in volo attraverso l’empireo regno della sua mente”. Jack London (Martin Eden)

Regia: Pietro Marcello
Interpreti: Luca Marinelli, Jessica Cressy, Vincenzo Nemolato, Marco Leonardi, Carlo Cecchi, Denise Sardisco, Carmen Pommella, Autilia Ranieri, Lana Vlady, Chiara Francini, Aniello Arena, Rinat Khismatouline, Pietro Ragusa
Origine: Italia, 2019
Distribuzione: 01
Durata: 129′

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