Légami!, di Pedro Almodóvar

– “Più che una storia di terrore sembra una storia d’amore”.
– “A volte si confondono”.

È vero. Il cinema di Almodóvar può confondere lo spettatore, ma non lo inganna. Gioca, lo stuzzica inebriandolo di quella curiosità che appartiene alle storie migliori. Questo perché alle sue spalle c’è una conoscenza solida di generi e modelli che applica con il suo sguardo spregiudicato e colorato a narrazioni che, pur nella loro universalità, sono figlie del presente. Così nella storia d’amore tra i due protagonisti, una Bella e una Bestia atipici, Almodóvar continua il racconto di una gioventù spagnola bruciata: Ricky (Antonio Banderas) è un orfano che ha passato la vita prima in riformatorio e poi in una clinica mentale, dove ha maturato un’ossessione per Marina (Victoria Abril), un’ex pornodiva e tossicodipendente che probabilmente faceva parte, insieme a Pepi, Luci e Bom e le altre ragazze del mucchio e che tenta la strada di attrice di cinema per uscire dal labirinto di passioni.

Sono “une solitude en face d’une solitude”, come dice Edwige Feuillère ne L’aquila a due teste di Cocteau, di cui si intravede il manifesto nel film: anche lì un amore impossibile, tra una regina e un anarchico, il quale viene spinto a ucciderla ma finisce per cadere vittima di un sentimento inaspettato, dirompente, che sbaraglia la vita sublimandosi in una pulsione di morte. È appunto un’aquila a due teste, l’una non può sopravvivere senza l’altra. Allo stesso modo Ricky, che è disposto a tutto perché non ha nulla da perdere, e Marina che alla fine comprenderà il significato autentico della follia dell’uomo e della sua violenza apparente.

Almodóvar però ironizza sulla loro condizione di incertezza (lo spot sul fondo pensionistico) in una commedia fiabesca che rielabora i toni più scanzonati tipici del regista alla luce di un discorso sul cinema stesso e sulla sua natura polimorfa: non è semplicemente un gioco di rimandi e citazioni – il film dell’orrore che Marina sta girando, con tanto di mostro innamorato – quanto l’abilità nel sovrapporre su un’unica linea movimenti contigui che oscillano da una direzione all’altra fondendo in una sintesi espressiva, difficilmente descrivibile a parole, linguaggi ed emozioni. Ricky è sul letto e finge di addormentarsi; Marina prova a sfilargli le chiavi, ma lui si volta e lei si rigira velocemente per non farsi scoprire. Primo piano sui loro sguardi: gli occhi di lei sono terrorizzati, sentono che lui la sta fissando; poi si spostano sul comodino, dove ci sono le pillole che Ricky le ha procurato. L’espressione cambia, si fa più distesa, quasi rassicurata. A commentare meravigliosamente questo, e altri passaggi, il tema composto da Ennio Morricone che con il suo lirismo fa da contrappunto alle immagini (la ragazza che sniffa una dose).

Più avanti la scena che destò tanto rumore (per nulla) negli Stati Uniti, a tal punto che Légami! venne inizialmente classificato come film per adulti: Ricky viene pestato e Marina, dopo avergli curato le ferite, si concede a una notte di passione che nulla ha di pornografico – se non l’immaginario che il cinema e la televisione hanno dato alla rappresentazione del corpo (il personaggio del regista nostalgico dei bei tempi che si consola guardando vecchi filmini porno di Marina). Almodóvar qui straborda il piacere della visione mostrando la scena in uno specchio ottagonale, in cui fa capolino anche un’icona religiosa della Madonna con Cristo, già vista in apertura: i due volti sono perfettamente sovrapponibili – solo il velo e la barba li differenziano. Così i due piani, il sacro e il laico, si uniscono felicemente in una sessualità che è pura, affatto dissacrante, e soprattutto salvifica (esattamente come accade, con una diversa sfumatura, ai due protagonisti di Matador, di qualche anno precedente).

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Légami! diventa quindi un grido, una preghiera che Marina rivolge al suo predatore affinché la preservi da una società che non aiuta a stare vicini e che per curare questo malessere dispensa cure a volte paradossali. “Resisterò” canta infatti Ricky in macchina nel lieto fine che convenzionalmente chiude le favole. Basta davvero mettere la parola fine? No. Almodóvar ci riporta per un attimo alla realtà e, con un’eco al finale de Il laureato, ci restituisce attraverso lo sguardo non proprio sereno di Marina la consapevolezza di una generazione di fronte all’ignoto che l’attende.

Titolo originale: ¡Átame!
Regia: Pedro Almodóvar
Interpreti: Victoria Abril, Antonio Banderas, Loles León, Francisco Rabal, Rossy De Palma, Emiliano Redondo
Durata: 101’
Origine: Spagna, 1990
Genere: drammatico, commedia

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (1 voto)