#Locarno72 – Concorso internazionale. Schegge dal pianeta terra

A febre è il debutto della regista brasiliana Maya Da-Rin. Il film con il carattere del sogno racconta di Justino, una guardia portuale di Manaus, che viene colpito da misteriosi attacchi di febbre. La trama è sprovvista di veri e propri punti nevralgici, avanza per suggestioni audiovisive, soprattutto quando sprofonda nel richiamo ancestrale della foresta amazzonica che diventa un mantra di disorientamento sensoriale con il colori e i rumori che la attraversano. Justino ha una figlia in procinto di partire per Brasilia, dove andrà a studiare medicina, una gamba narrativa che è un’altra occasione per approfondire tematiche come le origini, il distacco, l’appartenenza e tutto quello che può essere ricondotto alle eredità culturali e spirituali di un popolo. Il processo di scavo inizia dal ritmo stesso del film, che è un lento navigare nella quotidianità, per trasformarla in qualcosa di rituale. Uno smaterializzarsi nel sacro e nel mistero nascosto dietro il velo della realtà, nelle cose organiche e inorganiche, concetti cari alla religione animista, molto diffusa in Brasile, un credo che può contare tra gli adepti il popolo dei Desana, il gruppo etnico di cui Justino fa parte. Modi e costumi sono quanto di più lontano si possa immaginare dall’immaginario occidentale, dal freno climatico provengono la bassa frequenza, i gesti compassati, l’indole docile tradita dallo sguardo fiero ed indomito. Un complesso di atteggiamenti che ricostruiscono una filosofia di vita che potrebbe sembrare rinunciataria, supina al destino, mentre è la ricerca di una sintonia nel mondo con la convinzione di entrare in un flusso che scorre in maniera perpetua. Lì dove le scelte sembrano rinviabili sine die, o subite in un’elegante indifferenza, invece si moltiplicano e sono continue, nude ed invisibili senza orpelli dovuti all’enfasi di uno scolastico punto di svolta. La rete dell’abitudine tesse una trama con poco clamore e l’unico trambusto che cerca è l’energia vitale avvinta ai personaggi, eroi di un universo parallelo ed inesplorato.

Fi al-thawra (During Revolution)

Un altro film inserito nel Concorso Internazionale, in lizza per aggiudicarsi il Pardo d’Oro, è quello che nasce dallo sguardo di Maya Khoury, una regista siriana che insieme al Collettivo Abounaddara ha girato moltissimi cortometraggi. In questo lungometraggio Fi al-thawra (During Revolution), dalla durata monstre, racconta le vicissitudini del suo paese nel periodo compreso tra il 2011 e il 2017, quel lasso di tempo che ha visto la nazione siriana precipitare in un abisso di violenza senza fine. La storia incrocia il destino di un popolo devastato dalla guerra civile con quella di alcuni attivisti politici contrari al regime di Bashar al-Assad, che all’interno di edifici fatiscenti organizzano la resistenza e programmano i metodi di lotta, qualcosa che ricorda lontanamente le rivendicazioni sindacali dei protagonisti di En Guerre di Stéphane Brizé, con l’aggiunta di un carico spettrale dovuto alla rappresentazione documentaria. Ma è fuori da quelle mura, già molto insicure, che le riprese prendono corpo in tutto il loro orrore, nel crollo sotto un mare di sangue degli slogan urlati a gran voce dai rivoluzionari, scelti dalla regista non a caso sia come apertura che come conclusione del film per ricordare di una lotta tuttora in itinere. Il montaggio segue un percorso indefinito quasi partecipasse direttamente alla battaglia, vaga per le strade di Oms e di Aleppo invase dalle macerie, alterna i corpi senza vita dei caduti per colpa delle pallottole, ai crolli o al fragore delle bombe al fosforo, perde con il passare dei minuti il carattere di impassibilità per diventare frenetico, disorganico, confuso e smarrito quanto la realtà che vuole rappresentare. Sarebbe difficile, oltre che sbagliato, individuare dei veri e propri protagonisti, quelli che si muovono sullo schermo sembrano piuttosto le ombre prese a campione di una popolazione in rovina, continuamente alla ricerca di una normalità nella vita quotidiana azzerata dal massacro circostante. Fi al-thawra soffre per gli eccessi di osservazione che diventano ripetitivi e penalizzano lo strordinario materiale raccolto on the road pieno di polvere e dolore.

Nadège Trebal scrive, interpreta e dirige Douze Mille, una storia ai confini del fantastico. La regista interpreta Maroussia, la donna del protagonista, Frank, un uomo che decide di partire quando perde il lavoro, illegale, che svolgeva. Il titolo è la cifra simbolica che deve portare a casa per rispettare un assurdo patto d’amore. Il film, a differenza degli altri due titoli presentati sopra, si stacca dai riferimenti geografici per assurgere ad una dimensione universale, viene delocalizzato in uno spazio mitico che conserva connotati terreni generici trasformandoli in elementi simbolici. Lo smascheramento esplicito di tematiche come la sessualità, il lavoro, la famiglia, il denaro permette all’autrice di trattarli come esclusivi strumenti di scambio di segno negativo che trovano una deroga in travolgenti storie d’amore o dentro improbabili associazioni a delinquere di stampo femminista, un mondo rocambolesco ed iperbolico popolato da individui sempre collocati nel gradino inferiore della scala sociale. L’attitudine grottesca funziona in combutta con un sofisticato e persistente gioco erotico e trova varie sfumature di genere tra comico e drammatico sfruttando a pieno regime l’aspetto inverosimile del racconto. In tutta la sua eccentrica distopia, il viaggio di Frank, proprio con la rinuncia dei valori e la loro presentazione di senso invertito denuncia con forza le disfunzioni del sistema, evidenziando simultaneamente con il ridicolo la presenza di soglie repressive sociali, collettive ed individuali.

O Fim do Mundo

O Fim do Mundo di Basil Da Cunha è ambientato nella baraccopoli di Reboleira, alla periferia di Lisbona. Spira è un ragazzo taciturno appena tornato libero dopo un periodo di detenzione in un carcere minorile che ama appiccare incendi. Sulle strade dove è cresciuto, nella casa dove è nato, trova la stessa situazione di malessere, quella miseria che stende la sua ombra lunga ed abbraccia ogni angolo di esistenza. Quello ritratto dal regista è un mondo in disfacimento perpetuo, che ribolle di speranze giovanili deluse e procede senza pianificazione, attento e guardingo sull’immediato, sul prossimo respiro, sulle necessità basilari. Droga, prostituzione, furto, sciacallaggio, omicidio non c’è crimine troppo efferato da compiere per la sopravvivenza, delinquere diventa in assenza di alternative l’unica strada possibile. Amicizie, amori sono tutte circondate da un’ambiguità malsana ed i sogni sono considerati materia riservata agli ingenui quando non prevedono un rapido arricchimento in denaro o in potere. Tutto è prematuro e tutto invecchia presto. Le inquadrature sono piene dei colori caldi della notte portoghese, l’ambiente saturo di musica, ma nessun colore è abbastanza caldo ed alcun suono così avvolgente da annullare l’atmosfera di disperazione che aleggia nell’aria.

The Last Black Man in San Francisco è il titolo americano in concorso. Jimmie Falls è un ragazzo ossessionato da una vecchia casa vittoriana appartenuta al nonno e poi venduta. Jimmie dice a tutti che quella casa l’ha costruita proprio il nonno e che abitare lì sarebbe fantastico. Mont è il suo migliore amico. I due ragazzi approfittando di una successione ereditaria riescono ad accedere nell’edificio e si convincono di avere trovato una sistemazione, ma presto dovranno fare i conti con un avido agente immobiliare. Jimmie e Mont sono due ragazzi di colore che lavorano saltuariamente, roba precaria, nessuna stabilità, figuriamoci ottenere garanzia per un mutuo di milioni di dollari per acquistarla. Altro paese, medesime speranza frustrate, anche se la città oltre che decadente appare malinconica, le sconfitte e l’impotenza sono meno lapidarie. Joe Talbot alterna messaggi di segno positivo e negativo, trova una luce nell’estremo disagio, parla di poesia e di un nonno cieco a cui il nipote racconta le immagini di un film, mette in scena una performance teatrale, e nello stesso momento racconta delle gang sulla strada, del morire ammazzati in una sparatoria, dell’essere soli, abbandonati, con il rischio di finire a dormire per strada. Jimmie è circondato da tutto questo ma quasi non lo vede, lui vive per la casa, quando prenderà coscienza di dovervi rinunciare sarà costretto ad aprire gli occhi, ed in quel momento sarà cresciuto. Porterà con sè una delusione in più, ma avrà una nuova consapevolezza ed occhi nuovi ed una nuova immaginazione.

Le vacanze di Natale in Islanda sono rappresentate in 56 scene in Bergmál di Rúnar Rúnarsson, un modello molto simile ai 24 Frames di Abbas Kiarostami o anche Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza di Roy Andersson. Convogliando situazioni di diverso tipo nella stessa finestra temporale serve ad accorciare la distanza e rendere possibile un confronto di situazioni disparate ma anche a catturare le differenze, il carattere irripetibile di ognuna di loro. La moltiplicazione dei personaggi, tutti semplici comprimari, rende possibile la narrazione di una storia dal carattere universale a tema quasi sociologico. In tempo di festeggiamenti, abbondanza di cibo e bevande, c’è chi è solo davanti ad una televisione, chi è stanco delle feste, chi osserva il mare, qualcuno deve lavorare. Un bambino impaziente aspetta di aprire un regalo, gli adulti parlano tra loro, ci si innamora anche a Natale, si litiga a Natale, si è buoni ma in fondo si resta anche cattivi. Il mondo va avanti. C’è molta quotidianità anche se l’impressione ed il rigore e la geometria delle inquadrature fanno pensare a qualcosa di lungamente studiato, la fotografia prende i colori ed i toni dei paesaggi e degli interni nordici.

Yokogao

Pa-go (Height of the Wave) di Park Jung-bum giunto al suo terzo lungometraggio porta sul grande schermo la storia di una giovane ragazza Yea-eun un’orfana cresciuta in un piccolo villaggio che si affaccia sulla costa, terrorizzata dal mare. Dopo il profilarsi di un crimine di natura torbida in paese tra gli abitanti comincia a serpeggiare un certo nervosismo. L’aspetto poliziesco della vicenda serve al regista per allestire una trama corale che indaga le miserie umane, le gelosie, le invidie che si annidano in un ambiente limitato una volta diventato malsano. Nel villaggio vive anche una ragazzina, figlia di una poliziotta, che sta passando un periodo molto delicato a causa del divorzio dei genitori. Unite dall’assenza di chiare figure di riferimento queste due anime si avvicinano. Il film è girato per gran parte di notte, con il persistente rumore delle onde sullo sfondo che sembra trasmettere alle immagini un senso d’inquietudine, emblema di una corruzione radicata in profondità che non sembra risparmiare nessuno, un’accidentale associazione a delinquere che coinvolge gli stessi amministratori. L’acuirsi della crisi serve a ristabilire un minimo senso di giustizia, un altro modo per esaminare la tematica della paura, il bisogno di riconoscerla ed affrontarla per andare avanti.

Il regista giapponese Koji Fukada presenta invece Yokogao (A Girl Missing) dove a scomparire come suggerisce il titolo sono le certezze dello spettatore. Ichiko apparentemente è un’irreprensibile infermiera al servizio di una famiglia da tempo immemore, tanto da essere diventata quasi parte di essa. Tutto funziona a dovere fino allo scoppiare di uno scandalo che la pone in stato di accusa e porta a dubitare a di lei. Vengono fuori alcuni segreti, delle confidenze fuori luogo attirano l’attenzione della stampa, ed in un attimo la sua vita finisce nel vortice del ciclone, ed insieme alla rispettabilità perde amicizie ed affetti. Il film analizza l’effetto devestante di una campagna mediatica scatenata ai danni di un presunto colpevole, pronta a servirsi di mezzi subdoli per accaparrarsi una notizia, con la giustificazione di un doveroso dovere di cronaca. Ma soprattutto evidenzia la distorsione del reale che nasce fin dal più semplice canale comunicativo, il dialogo.

Les enfants d’Isadora

La forza di Yokogao sta nella ambiguità di cui vivono i personaggi, protagonisti e comprimari e nelle loro relazioni caratterizzate da ampie zone d’ombra. Che mentre fanno avere la percezione di un’ingiustizia, insinua il sospetto di una fiducia malriposta.

Damien Manivel con Les Enfants d’Isadora dedica alla danza, un’arte che ha praticato prima di intraprendere la carriera cinematografica, il suo quarto lungometraggio. Il film tratteggia la storia di quattro donne che sono alle prese con l’assolo Mother, scritto dalla grande danzatrice dopo la tragedia della morte dei figli, annegati insieme nella Senna. La regia è rigorosa ed emotiva, i dialoghi quasi inesistenti, le inquadrature eleganti quanto le musiche che l’accompagnano, di repertorio classico. Le parole della Duncan estrapolate dai suoi scritti sono usate inzialmente come una specie di diario che accompagna gli esercizi alla sbarra della danzatrice, poi si staccano da un orizzonte temporale preciso e restano un inciso a suggerire i passi, ed indicare i movimenti delle braccia quasi fossero una culla per accompagnare il sonno di un bambino. Con l’uso di tre variazioni dello stesso tema Manivel avvicina il destino di esistenze agli antipodi e nella delicatezza del gesto trova un comune denominatore per la tristezza. E la preghiera di dolore infinito di una madre distrutta trova riparo in una solitudine dell’animo che diventa quasi emarginazione, visualizzata in ambienti asettici, vuoti e quasi privi di respiro, tanto è forte l’angoscia.