L’uomo che uccise Hitler e poi il Bigfoot, di Robert D. Krzykowski

Pur non sempre totalmente a fuoco “L’uomo che uccise Hitler e poi il Bigfoot”, sviluppa un’ambiziosa sintesi tra cinema indipendente e popolare, attenta ai rapporti tra medium, immaginario e genere

L’Uomo che uccise Hitler e poi il Bigfoot, esordio indipendente del 2018 di Robert D. Krzykowski con Sam Elliott, è un film che tradisce la sua anima ondivaga, frutto di polarità opposte, fin dalla storia che sceglie di raccontare, che quasi sembra tratta da un romanzo d’avventura mai esistito: Caleb Carr è un veterano che ha ucciso Hitler ma non è riuscito a porre fine alla Seconda Guerra Mondiale. Dopo l’impresa, in preda ai sensi di colpa, ha giurato che non avrebbe ucciso mai più ma ora, ormai anziano, sarà costretto a rimettersi in gioco dopo che il governo lo ingaggia per uccidere il pericoloso Bigfoot.

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Il racconto riscrive dunque la Storia, ma questo passo sovversivo esonda fino a coinvolgere anche i meccanismi produttivi alla base del film. Krzykowski si chiede infatti, ambiziosamente, se il cinema indipendente possa ripensare quasi da zero i suoi convenzionali rapporti con il genere e l’immaginario. Il film si muove dunque sulle coordinate delle pellicole d’avventura classiche e, pur con passo minimale, dimostra quanto lavorare fuori dagli studios non voglia dire rifiutare un cinema dal passo commerciale. Sebbene, alla fine, la sintesi tra anima indie e blockbuster cercata dalla regia rimanga inevasa, con la forma pop che cede a contatto con un sistema produttivo che non ha i mezzi per sostenerla, il film ha il pregio di fuggire l’isolamento tematico di certo cinema da Sundance e di sviluppare molte delle linee teoriche che animano certo cinema popolare contemporaneo.

Come Tarantino in Bastardi senza gloria, Krzykowski usa il cinema per cambiare la Storia, ma la realtà alternativa in cui si ambienta il film è chiaramente influenzata dalla post verità di Trump e fa capo ad un immaginario in pezzi, quasi un flusso libero di dati che la diegesi si sforza inutilmente di riordinare. Non è un caso, a questo proposito, che il film, spostandosi tra melò e cinema bellico, assuma lentamente i tratti di un action anni ’80 dal passo senile.

Tutto termina, dunque, in quello stesso insieme di segni che, tra elogio del self-made man e vuoto empowerment ha contribuito a generare l’America della Trump Era. In questo senso, nel corpo e nei gesti di Sam Elliot, nella sua performance che a tratti sostiene, da sola, il peso del film, si inscrive il decadimento degli action hero anni ’80, di cui Caleb è evidente detrito, tanto coraggioso e abile quanto grottesco e costantemente preda di insicurezze sulla sua identità.

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Non c’è salvezza, nel discorso su genere ed immaginario organizzato da Krzykowski. Il cinema, alla fine, “manca”, in un epilogo che insegue Walter Hill, cita il primo Rambo e Carpenter ma si ritrova a fare i conti con sghembe soluzioni da B-Movie, quasi che il cinema riconoscesse come un intero sistema di segni sia giunto all’epilogo.

Pur non riuscendo a essere sempre a fuoco, L’uomo che uccise Hitler e poi il Bigfoot legge con attenzione il rapporto tra medium e rappresentazione anticipando o arricchendo molti dei discorsi del cinema contemporaneo, tra rilettura della mascolinità nell’Era Trump e crisi e ripensamento delle coordinate di un genere ma il film è soprattutto una generale Call To Action per altri cineasti indipendenti, esortati da Krzykowski a guardare cosa c’è al di fuori delle periferie alla Sundance in cui spesso si rifugiano.

 

Titolo originale: The Man Who Killed Hitler And The The Bigfoot
Regia: Robert D. Krzykowski
Interpreti: Sam Elliott, Aidan Turner, Caitlin Fitzgerald, Ron Livingston, Larry Miller


Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 98′
Origine:
 USA, 2018

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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