#Oscars2019 – Hollywood ha avuto paura di Netflix?

A poche ore dall’assegnazione dell’Academy Award a Green Book si è improvvisamente scatenata una sorprendente campagna denigratoria da parte di molta stampa e di alcuni addetti ai lavori nei confronti del film di Peter Farrelly. Il direttore del Festival di Venezia Alberto Barbera oggi ha pubblicato un post in cui nell’elogiare i riconoscimenti ottenuti da Roma di Alfonso Cuaròn – che proprio a Venezia nello scorso settembre aveva iniziato la sua corsa verso la Storia, vincendo il Leone d’oro – indicava il road movie con Viggo Mortensen e Mahershala Ali come esempio di “dittatura del politicamente corretto”. E le cose sono andate ancora peggio a Hollywood dove le cronache riferiscono di uno Spike Lee visibilmente contrariato all’annuncio del miglior Film, nonostante il suo fresco Oscar per la sceneggiatura non originale di BlacKkKlansman. “Ogni volta qualcuno fa l’autista per qualcun altro, io perdo” ha poi detto in sala stampa, riferendosi alla trama del film e rimarcando ancora una volta una posizione netta e polemica in quella che è stata un’edizione molto politica e probabilmente, nel dietro le quinte, più avvelenata di quanto si potesse credere alla vigilia. Justin Chang – freschissimo giurato all’ultimo Festival di Berlino – ha poi addirittura scritto un articolo sul Los Angeles Times dal titolo inequivocabile: “Green Book è il peggior film a vincere l’Oscar dai tempi di Crash”.

 

Onestamente ci sembra un atteggiamento eccessivamente critico nei confronti di un film che recupera la classicità di un cinema medio incentrato sui personaggi e che attraverso l’espediente musicale (film da ascoltare in versione originale ovviamente) della parola e del dialogo comico rimodula i cliché antropologici del bianco e del nero, riformula la possibilità di un incontro umanistico ambientato nel passato, ma attualissimo nei tempi moderni. Colpisce poi la mancanza di rispetto nei confronti del percorso filmografico di Peter Farrelly, fantastico iconoclasta della commedia demenziale, figlia dei John Landis e John Hughes, che qui forse concede qualcosa di troppo al mainstream e alla collaudata formula narrativa del buddy-movie sociale, ma che allo stesso tempo proprio in questo suo ambizioso tentativo di misurarsi con il racconto “morale” meritava una riflessione critica più accurata e meno indifferente. Non è un paradosso che l’autore di opere smaccatamente anti-borghesi come Tutti pazzi per Mary, Io me & Irene e Lo spaccacuori si ritrovi oggi a essere l’emblema del politicamente corretto?

 

Di fatto comunque in una edizione che annoverava tra i candidati BlacKkKlansman e Black Panther, entrambi diretti e prevalentemente interpretati da un cast afroamericano, era inevitabile che l’Oscar a Green Book potesse facilmente essere interpretato come un riconoscimento “bianco”. Ma la sensazione è che in questa edizione degli Academy Award si sia soprattutto consumata una battaglia silenziosa tra diverse idee di cinema e distribuzione. Una battaglia talmente dilaniante da aver prodotto risultati quasi schizofrenici. La possibile rivoluzione che avevamo anticipato una paio di mesi fa si è concretizzata solo parzialmente. Netflix ha vinto, ma non ha stravinto. I tre premi ottenuti da Roma appaiono soprattutto come riconoscimenti personali a Cuaròn e al cinema messicano – che qui, dopo diversi tentativi andati a vuoto, porta finalmente a casa il suo primo Oscar al Film straniero. Resta il fatto che tre riconoscimenti, tra cui regia e fotografia, per un film uscito in streaming e in poche sale selezionate, è un risultato storico che pone le basi per nuove sortite future. E l’ufficializzazione proprio ieri del teaser di The Irishman di Martin Scorsese è sembrato un segnale chiarissimo sulle prossime strategie della piattaforma.

La domanda chiaramente ronza da ieri sera: Hollywood ha avuto paura di Netflix? Sarebbe bello un giorno sapere di quanti voti Green Book ha battuto Roma. Certo il pesante endorsement di Steven Spielberg fatto a pochi giorni dalla chiusura del voto (“Green Book è il miglior buddy-movie che ho visto dai tempi di Butch Cassidy”), pubblicamente ringraziato da Farrelly nel suo discorso finale, è un’indicazione importante, che sommata al premio dei produttori americani assegnato qualche settimana prima, indica che l’industria in ultima analisi ha preferito puntare sulla tradizione. Se isoliamo Roma dalla sua esibita aura di “capolavoro”, questi Oscar raccontano di tanti diversi tentativi di resistenza (o sopravvivenza?) da parte del cinema nel XXI secolo. Abbiamo il Marvel movie in salsa black campione d’incassi (Black Panther) che per la prima volta ottiene tre statuette (costumi, scenografia, musica) e il biopic rock dedicato ai Queen che la critica di tutto il mondo ha detestato e il pubblico, al contrario, ha adorato. A conti fatti Bohemian Rhapsody con i suoi quattro Academy (attore, montaggio, sound mixing, sound editing) è il film più premiato dell’anno. Quasi tutti i critici lo identificano come il riflesso emblematico di un’annata cinematograficamente disastrosa. Ma siamo proprio sicuri che questa “opera senza autore” che piace alla gente sia così priva di interesse?

L’elenco dei premi