“Praticamente perfetta sotto ogni aspetto” – La storia dietro la storia di Mary Poppins

Uno scorcio di Londra al tramonto. Una sagoma femminile seduta su una nuvola. La macchina da presa si avvicina e ci mostra una donna con un cappellino nero intenta ad aggiustarsi il trucco. Accanto a lei una borsa di tappeto e un ombrello con il manico a forma di testa di pappagallo. Non servono altre presentazioni, o forse sarebbe meglio dire referenze: è Mary Poppins. Siamo nel 1964 e Walt Disney, innovatore nel campo dell’intrattenimento, realizza uno dei suoi film più emozionanti, magici e divertenti, con due giovani talenti (Julie Andrews e Dick Van Dyke), la regia di Robert Stevenson, effetti speciali che combinano attori e animazione, e musiche indimenticabili. A distanza di cinquant’anni, il vento dall’est continua a soffiare nella pellicola di John Lee Hancock Saving Mr. Banks, che ripercorre il rapporto personale e professionale tra Disney (Tom Hanks) e la scrittrice australiana Pamela Lyndon Travers (Emma Thompson) per i diritti di Mary Poppins, diradando la nebbia su una storia di padri, figli e tate.


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Che sia buona, sia paziente, sempre allegra, divertente. Nel romanzo, pubblicato in Inghilterra nel 1934, non c’è un filo conduttore. I due protagonisti, Giovanna e Michele, vivono una serie di avventure imprevedibili e bizzarre che celano il senso di meraviglia dietro una quotidianità apparentemente ordinaria: il tè sul soffitto dallo zio Alberto; il giro del mondo con una bussola magica; l’incontro con la signora Corry, che di giorno vende pan pepato e di notte appende stelle in cielo; la visita allo zoo, dove gli animali rinchiudono gli uomini in gabbia; le compere natalizie insieme a Maia, la stella della costellazione delle Pleiadi. I signori Banks sono personaggi marginali, Bert non fa lo spazzacamino e Mary Poppins viene descritta come una bambinaia severa, scorbutica, irascibile, bruttina e vanitosa – nel libro non perde mai occasione di specchiarsi davanti a una vetrina.

Basta un poco di zucchero e la pillola va giù, tutto brillerà di più. Disney intuisce il potenziale immaginifico del personaggio e promette a sua figlia Diane, che resta affascinata dal romanzo, di portare sul grande schermo quel mondo tanto assurdo quanto fantastico. Le trattative con la Travers, iniziate nel 1938, si concludono però sempre con un rifiuto. L’autrice non voleva che il libro fosse stravolto, come accadeva a molte trasposizioni hollywoodiane, e trasformato in un prodotto per famiglie frivolo e commerciale. Alla fine le capacità persuasive di Walt si rivelano proficue, e nel 1959 ottiene i diritti. Due anni dopo invita la Travers a Los Angeles, negli studi di Burbank, per lavorare al copione con il suo staff: i compositori Robert e Richard Sherman e gli sceneggiatori Bill Walsh e Don DaGradi. In Saving Mr. Banks assistiamo a queste sedute, che venivano registrate su nastro, e comprendiamo – attraverso continui flashback – i motivi che spinsero la scrittrice a essere così ostile e inflessibile, in particolare nell’uso dell’animazione e nel ruolo della figura paterna.

Solo un po’ basta per lor, bastan due penny dati di cuor. La sequenza in cui Mary e Bert, insieme a Jane e Michael, entrano nel dipinto, partecipano a una corsa di cavalli e cantano Supercalifragilistichespiralidoso, è la più celebre del classico Disney (come la partita di calcio in Pomi d’ottone e manici di scopa). Ma al di là di pinguini ballerini, stanze che si ordinano da sole, tate volanti e coreografie spericolate fra i tetti di Londra, Mary Poppins è prima di tutto un film sulla famiglia. Per dare unità alle storie presenti nel libro, DaGradi punta sul salvataggio di Mr. Banks: l’arrivo di Mary Poppins è giustificato dal fatto che i genitori, presi dalle loro faccende, trascurano i figli. La crisi e il suo superamento diventano quindi il motore della narrazione, sublimati dal brano Sempre, sempre, sempre – un invito ad apprezzare le piccole cose e a cercare la felicità nell’amore per il prossimo. Sono proprio i due penny che Jane e Michael danno al padre il simbolo archetipico di quell’armonia familiare solidamente celebrata da Disney e in generale dal cinema americano (“There’s no place like home”, ripete Doroty nel Mago di Oz). La Travers era restia a questo cambiamento asserendo che il padre – in realtà suo padre – era sempre stato dolce e premuroso. Saving Mr. Banks è allora l’occasione per raccontare la nascita di Mary Poppins indagando l’infanzia difficile della scrittrice, il drammatico passaggio dalla favola alla realtà, il desiderio di ricordare il vero signor Banks come un sognatore entusiasta della vita e non come un burbero alcolista. E zio Walt, da perfetto cantastorie, riuscirà a preservarne la memoria scegliendo per il suo film un finale catartico carico di redenzione.

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Là dove tutto è blu, su puoi salire tu, più su con l’aquilon. Sarebbe inutile discutere della presunta fedeltà al testo di partenza. Con Mary Poppins Disney ha creato un successo immutato nel tempo. Il suo fascino è merito anche dell’interpretazione praticamente perfetta di Julie Andrews che, vincendo il Golden Globe (e poi l’Oscar), ringrazierà Jack Warner per aver reso possibile ciò (il produttore l’aveva scartata per My Fair Lady preferendo Audrey Hepburn). Saving Mr. Banks decide di spegnere i riflettori sul passato glorioso della pellicola lasciando emergere la sua dimensione più intima, segreta e raccolta, come le parole sussurrate dalla vecchietta degli uccelli alle persone che ogni giorno passano davanti alla cattedrale.

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