Regine del campo, di Mohamed Hamidi

Propone uno scambio di ruoli innocuo, rassicurante per coloro che considerano l’inclusività non una giusta rivoluzione, ma un male necessario.

È notizia recente che la KNVB, la federazione calcistica olandese, ha annunciato che dal prossimo anno le società amatoriali potranno partecipare al loro campionato con delle squadre miste, composte da calciatori e calciatrici. Eppure, guardando con più attenzione, il percorso sembra ancora molto lungo prima di poter parlare davvero di inclusività nel calcio. Nonostante Ellen Fokkema, 19 anni, abbia giocato nella scorsa stagione con un club di quarta divisione grazie a una speciale deroga, il concetto di squadra mista non è comunque riuscito ad arrivare al calcio professionistico. Se da una parte c’è lo sbandierato entusiasmo del presidente del calcio dilettantistico olandese (“è un momento storico per il calcio mondiale”), l’altro lato della medaglia sembra essere una cauta timidezza.

È un cambiamento obbligato, invece, per la SPAC, piccola squadra nelle campagne francesi al centro di Regine del campo, film del 2019 diretto da Mohamed Hamidi e in uscita in sala dal 20 maggio. A quattro giornate dalla fine del campionato e a un solo punto di distanza dalla salvezza, tutti i calciatori vengono squalificati per una rissa in campo che coinvolge anche l’arbitro. L’unica soluzione rimasta è che mogli, fidanzate e conoscenti dei calciatori scendano in campo con la maglia giallorossa. Mentre presidente, calciatori e tifosi preferirebbero di gran lunga chiudere baracca e burattini, le donne sono entusiaste e riescono a contare sul sostegno dell’allenatore, di suo padre tuttofare e dell’ex bomber ubriacone. Decidono così di tentare di raggiungere la salvezza, tra derisioni e sabotaggi.

La ricerca della salvezza attraverso un pareggio è una metafora che contiene perfettamente Regine del campo. Il fatto che la storia abbia un protagonista maschile a cui appartiene il punto di vista principale, interpretato da Kad Merad, è ben rappresentativo della posizione che il film prende nei confronti della tematica. Se il film è astuto nel sottolineare come l’impresa parzialmente avvenuta non sia suo merito esclusivo del protagonista, cade, invece, con la figura del presidente della squadra. Questo è il contraltare dell’allenatore illuminato, un despota maschilista e retrogrado che mette il bastone fra le ruote della squadra per impedire alla moglie di far parte della squadra. Costruito appositamente per essere irritante, è un rifugio sicuro per l’odio di qualsiasi spettatore non si definisca misogino, anche e soprattutto per coloro che dopo vi aggiungerebbero la famigerata congiunzione avversativa ma.

Lo strapotere maschile sul calcio non viene minimamente intaccato, nessuna coppia “scoppia” nonostante le numerose bestialità che vengono dette anche dagli stessi compagni delle calciatrici, il pareggio salvifico viene reso vano. Più che immaginarsi una rivoluzione all’insegna dell’inclusività, Regine del campo propone, così, una visione di rassicurante ribellismo utile non a cambiare il sistema, ma a rioccupare il posto precedente con rinnovata convinzione, come il matrimonio finale dimostra. Proprio con questa scena di chiusura il film getta la maschera fintamente progressista per indossare quella di coloro che, di fronte alla spinta contemporanea verso l’inclusività, vedano quest’ultima, più che un passo avanti verso una giusta rivoluzione, come un male necessario.

Titolo originale: Une belle équipe
Regia: Mohamed Hamidi
Interpreti: Kad Merad, Alban Ivanov, Céline Sallette, Sabrina Ouazani, Laure Calamy, André Wilms
Distribuzione: Academy Two
Durata: 95′
Origine: Francia, 2019

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
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