Regret, di Santiago Menghini

Presentato nella sezione Le Stanze Di Rol del #TFF38, Regret è un elegante corto horror che studia l’orrore della dimensione famigliare non riuscendo però a risultare davvero incisivo

Si percepisce chiaramente, in Regret, l’entusiasmo creativo di un regista, Santiago Menghini, che firma il suo primo cortometraggio dopo anni passati nella dimensione tecnica del cinema. Menghini ama visceralmente l’horror e per il suo esordio decide di raccontare la storia di Wayne un giovane che, solo in un albergo, una notte si ritrova ad affrontare un’oscura presenza generata forse dalla morte del padre.

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Il punto è che il forte desiderio di imporsi in un contesto artistico così complesso, induce Menghini ad un’iniziale incertezza verso i riferimenti a cui guarda con il suo film. Nei primi momenti non è chiarissimo se il suo sia un horror sui fantasmi tecnologici come Personal Shopper o se prenda le mosse dallo straniamento di progetti come Les revenants.

Poi però Menghini trova il tempo di concentrarsi e Regret diventa uno slasher centrato e minimale, che lavora sui pieni e suoi vuoti, sulle presenze e sulle assenze, un progetto sul perturbante che si insinua nella dimensione famigliare e nella sicurezza di uno spazio conosciuto, un contesto sempre più centrale in certe derive dell’horror contemporaneo.

Preso coscienza dei propri riferimenti, Menghini lavora per sottrazione sul racconto: opta per una sintassi distesa che ammanta l’albergo in un’atmosfera sospesa e media lo spazio attraverso uno sguardo personale attento allo spazio e alla ricerca del punto luce inusuale, a tal punto che non sarebbe troppo assurdo vedere aggirarsi tra i corridoi dell’hotel di lusso anche certi spettri Kubrickiani dell’Overlook.

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Menghini ha coraggio, lavora sul genere in maniera personale e Regret sembra avere tutte le carte in regola per essere una delle sorprese horror recente ma è indubbio che il film mostri il fianco a più di un dubbio che deve essere risolto. La sensazione è che Menghini abbia puntato ad uno storytelling che avrebbe dovuto lasciare lo spettatore stupito, incredulo, straniato ma pienamente soddisfatto di ciò che aveva appena visto, ma si sia trovato per le mani una narrazione che apre questioni, pone domande, dalla cui risoluzione però sfugge costantemente, ipotizzando forse che il solo instillare dubbi in chi guarda possa bastare alla sua soddisfazione e non percependo invece la frustrazione che tali parentesi inevase suscitano nello spettatore.

Se si fosse trattato di un concept per una produzione di più ampio respiro in divenire, l’impressione finale su Regret sarebbe stata differente, tuttavia è indubbio che di fronte a noi ci sia un prodotto breve dal potenziale straordinario che viaggia pericolosamente tra l’essere un grande biglietto da visita per il futuro creativo di Santiago Menghini e un progetto che in ogni secondo rischia di crollare vittima di sé stesso e delle sue stesse ambizioni.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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