S.S. STORY – W GOYATHLAY – (W GERONIMO)

Era il 1995, e Sentieri selvaggi navigava comodamente nelle accoglienti acque di “Cineforum“. Poi arrivò Geronimo, e dissotterrammo l’ascia di guerra… In occasione dell’uscita del DVD eccovi il testo “integrale” di “Squarci di cinema”

 

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Geronimo Walter HillPerché i panorami sono tutti così rossi?
da Cineforum n.336

UNA PREMESSA

Vogliamo bene a Bruno Fornara. Lo consideriamo una sorta di ‘vecchio fratello’, appena un altra generazione (ah! il ‘68!), sguardo curioso verso il reale, aperto al nuovo, custode di ciò che nel vecchio c’è di buono, simpatico e irriducibile compagno di avventure, bevute, risate e chiacchierate a non finire sul cinema (ah! il western!), e tutto ciò di cui esso parla, cioè la vita. E’ merito anche suo se la Federazione dei Cineforum e questa rivista non appartengono al passato, ma – soprattutto la rivista – cercano di muoversi nei meandri sempre più complessi dell’immaginario odierno.
Premesso questo, da bravi fratellini minori, non gli abbiamo perdonato la ‘distruzione’ di GERONIMO. Non perché ognuno non possa avere le sue idee. Ma perché il film di Hill/Milius, dopo una recensione piuttosto negativa, è nientedimeno che finito tra gli ‘orrori d’annata’, ossia tra le cose peggiori e più raccapriccianti della scorsa stagione (in compagnia dei vari Boxing Helena, Zeffirelli, Bill August, ecc…). E perché questo? Perché da questi due personaggi ci si aspettava qualcosa di migliore?

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Buffa cosa, la critica. A furia di cercare il capolavoro, come Diogene con la sua lanternina, questi gli sfuggono sotto gli occhi. Basterebbe poco, ma a volte anche ai migliori si appanna la visione (complice anche la vita, che è dura almeno quanto costruire la Nazione Americana), lo sguardo da inquieto si fa ‘quieto’, e sfuggono le cose. Bruno ci ha insegnato più di ogni altro ad amare il western, e noi lo apprezziamo, adoriamo e rispettiamo per questa sua passione, per la sua conoscenza sterminata come pochi in Italia di questo genere. Ma non è riuscito ad insegnarci a non amare GERONIMO. Che è visione pura, lirica, brivido, emozione e disposizione a cercare sguardi nuovi, magari perdenti, ma amorevolmente non riconciliati. Ma non perché politically correct, ma perché dipanano suoni umori sguardi che dal passato sembrano scaraventarci nel futuro, oltrepassando l’attimo, davvero oltre la storia, oltre il genere, per farsi qualcosa che è solo e maledettamente solo cinema. Qui, la nostra anima ‘selvaggia’ si è sentita ferita, e, senza dissotterrare l’ascia di guerra, abbiamo comunque voluto restituire questo film ai lettori per quello che a nostro avviso realmente è: un’emozione straordinaria, cioè cinema allo stato puro.

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(TUTTE LE TRIBÙ RIUNITE)

NASCITA DI UNA NAZIONE
Tutti i critici nostrani hanno ritenuto opportuno far notare come GERONIMO fosse percorso da due voci ben distinte: quella di Milius e di Hill, affermando che questa doppia presenza fosse il difetto principale di GERONIMO. A costoro vorremmo umilmente far notare che le voci che attraversano il film di Hill sono ben più di due e che nel tentativo di catturare questa pluralità, risiede uno dei tanti motivi d’interesse del film. Il fatto che la complessità di GERONIMO sia stata così clamorosamente rifiutata, riflette una luce ambigua sull’accoglienza che la medesima critica ha riservato a Balla coi lupi. Se nel film di Costner si trattava del rimpianto cocente per l’innocenza assassinata dell’America di cui erano epitome i Sioux Lakota (insomma, ancora una volta il Paradise Lost…), Hill, attraverso Milius, confonde le acque. In GERONIMO non c’è posto per il lutto ipocrita dei vincitori i quali, esternando il proprio dolore per la perdita di un intero mondo, non fanno altro che riaffermare (indirettamente) il loro primato antropocentrico. Hill osserva invece il farsi stesso della dialettica dei conflitti della Storia. Se GERONIMO è un film più doloroso di Balla coi lupi é perché finalmente pone in una corretta prospettiva storica gli antagonisti bianchi. Infatti è nel sapere ascoltare anche le voci dei bianchi in the pursuit of happiness che Geronimo dimostra di aver compreso il dramma di un’intera nazione. D’altronde, come dice Gatewood: “Figliolo, stiamo cercando di costruire una nazione. E’ dura.” Solo Milius è in grado di restituire il respiro epico della rapacità protocapitalistica dei primi americani, gente che, come affermava El Raisuli, è come il “vento (…) che crea la tempesta”. Di fronte al vento il leone può ruggire e sfidarlo, consapevole però che tra lui e il vento c’è una grande differenza: “Io come il leone devo rimanere al mio posto…Tu, come il vento, non sai mai qual’è il tuo posto”.
Geronimo è un film doloroso perché riconosce ai vincitori non solo il carattere dell’ineluttabilità ma anche e soprattutto una perversa grandezza, come può possederla solo l’alba di una nuova civiltà. Ed è proprio attraverso il riconoscimento del valore predatorio e guerriero dei bianchi, che alla resistenza Apache vengono conferiti i suoi caratteri più nobili e disperati: quelli di chi pur essendo consapevole di essere votato alla sconfitta non può fare altro che perseverare nel perseguimento dei propri ideali. Il lutto che attraversa il film è un sentimento alto, forte, perché individua senza mistificazioni di sorta l’aporia sanguinosa della quale si nutre l’intera Storia e cultura degli Stati Uniti. Solo in quest’ottica il genocidio dei nativi americani vive in tutto il suo orrore. Non esiste il capitalismo gentile. O dentro o fuori. Hill e Milius scelgono il fuori, ma ci tengono a precisare che il paradiso perduto non era un paradiso liberal…
“Questa valle apparteneva agli orsi, e siamo noi gli invasori. Noi siamo abituati a vedere le fiere che scappano quando vedono l’uomo armato, ma l’orso non ha paura né dell’uomo, né delle armi, né della morte e ha un’altra cosa in comune con gli americani: lo star solo. L’orso passa tutta la vita da solo. E’ indomabile, invincibile, sempre da solo. Non ha alleati, ha solo nemici: ma nessuno della sua mole.” Così parlava Roosevelt ne Il vento e il leone. Geronimo racconta di quando gli orsi furono sconfitti da un’altra razza di orsi. Fu una guerra feroce. Si raccontarono poi tante leggende sulle battaglie che segnarono sanguinosamente quella guerra. Hill ha provato ad ascoltarle tutte. Storie di eroi. Tutti egualmente degni di rispetto, pietà e di essere raccontati. Tutti sconfitti da un nemico che non avrebbero mai avuto modo di conoscere e che GERONIMO e Gatewood avrebbero combattuto insieme se avessero potuto. Ecco perché le lacrime di Geronimo sono vere: perché Hill le piange per tutti i GERONIMO e i Gatewood della Storia. Loro erano eroi. Non avrebbero pianto. Così noi piangiamo per loro.
(FOOLS CROW -CORVO DEI PAZZI )

Geronimo Walter HillGERONIMO, IL ROSSO DENTRO E FUORI

L’impianto sembrerebbe rimandare a Balla coi lupi: stesso tono diaristico, stessa portante rievocativa, stessa complicità e correttezza nei confronti degli indiani, stessa orchestrazione epicistica della prospettiva storica.Si celebra la fine della purezza e la purezza della fine, un popolo ritorna all’attimo fatale in cui la somma celebrazione della propria libertà coincide con l’altrui sottomissione ai recinti del dominio, il mito fondativo di un popolo si rispecchia nelle pagine di una Storia che ha tradito i suoi principi ispiratori.
Certo, sembrerebbe Balla coi lupi . Ma poi ti accorgi dello spazio: il rapporto col paesaggio, i movimenti sui set naturali, le dimensioni dello sguardo… E ti rendi conto che dietro la macchina da presa non c’è un Kevin Costner qualsiasi, ma Walter Hill. E allora capisci che l’orizzonte non è un paesaggio ma un perimetro, il lirismo e la crudeltà non hanno cittadinanza, i corpi ballano una danza invisibile attorno alla loro ombra. E il rosso ti entra negli occhi, invadente, insinuante: la terra, lo spazio sterminato della frontiera, che pure, per una volta, Hill ci fa scoprire delimitato. L’epica della spazialità hilliana si ripropone come distrazione del territorio: lo spazio domina lo sguardo coi suoi colori, anzi col suo colore, l’unico, il rosso, appunto, quello dei corpi e della terra.
GERONIMO non parla di libertà, d’identità calpestate, di popoli violati, di storie dimenticate. GERONIMO non è un film che ha una coscienza, né tanto meno è un film che mira a dare una coscienza alla Storia. GERONIMO non ha niente a che vedere con l’epica del West, né con le ferite di una nazione e i suoi peccati originali. GERONIMO è un film che trova il suo corpo nello spazio, nel colore della terra, nelle statuarie dimensioni umane: non è un ricordo, è un atto, un gesto. GERONIMO non è dentro. E’ fuori.
(MAHPIUA-NUVOLA ROSSA )

SQUARCI DI WESTERN
No. Non rivedrò GERONIMO. Per Paura. Per troppo amore per quelle scie d’amore che Hill lascia percepire nelle immagini e fra le immagini, ventiquattro (e più, e meno) volte al secondo. Fotogrammi che si amano, che dissolvono in un gioco d’ombre, in un fuoritempo della memoria, in una illusione di pre-cinema, di inganni orrici che illuminano uno squarcio di West, in una zona di confine, sotto il sole di un deserto tra USA e Messico.
No. Sarebbe crudele esplorare (soprattutto sul video, in una copia che magari avrà ‘allargato’ quel definitvo cinemascope) ancora e a distanza di breve tempo quelle ombre, quelle distorsioni visive, quelle immagini filmate da un regista in stato di grazia. O sarebbe possibile farlo ma per trovarle ancora più distorte e intime. Così stanno nella memoria. Esplosioni di senso e di sensualità figurativa, come una membrana/retina che avvolge e separa, che elimina distanze e lascia affiorare spazi della riflessione. Quel velo che attraversa tutto il film di Hill è segno teorico e stravolgimento dei sensi. E’ slittamento silenzioso nel tempo e nella memoria, in un luogo non identificabile dalle parole. E’ una presenza tangibile e al tempo stesso inafferrabile che chiede di essere strabici, di guardare con occhi non assuefatti, ma ancora (sempre più) desideranti. E desideranti immagini senza tempo.
GERONIMO è desiderio. Di lasciarsi sorprendere da quelle immagini dilatate e ipnotiche, espanse e allucinogene che nella filmografia di Walter Hill non a caso stanno proprio dopo quelle spezzettate, frammentate, a loro volta espanse fra pellicola e video nel montaggio vertiginoso, de I trasgressori. Hill esplora gli spazi aperti e chiusi, il deserto e un edificio, con la stessa sensualità. Dà i brividi agli occhi e al cuore. E naturalmente, proprio con una leggerezza acquatica, con gesti sospesi nel tempo, nelle luci, nell’aria acqua vento, nella notte/giorno senza fine, riappaiono altre immagini di confine, di un altro West lasciato immaginare (troppo dentro esso e troppo distante. Amore accecante). I guerrieri della notte è lì. Per nulla lontano. In dissolvenza che illumina, che ricorda una continuità espressiva, etica ed estetica, d’autore.
No. Non voglio rivedere GERONIMO perché si riaffaccia con dolcezza nella memoria con quelle sue immagini così subliminali che riportano sempre nel territorio del cinema più puro e magicamente senza età. Perché vedendo GERONIMO mi tornavano alla mente quelle immagini altrettanto subliminali dei “Guerrieri della notte”, film mai più rivisto nella sua interezza eppure così presente. I vagoni della metropolitana sfreccianti nelle luci al neon sono in dissolvenza d’amore con quelle ombre di cavalli e di uomini che velano le inquadrature, il set vero ( il deserto, il West imprendibile…), di GERONIMO. Segnano precise traiettorie, visioni subliminali di un corpo-pellicola mostrato, di un affetto per il cinema nel suo farsi, nel suo scorrere in quanto materia esposta al tempo.
Ed è nel tempo del dolore che vive GERONIMO, in uno spazio ampio nel quale si scontrano diversità ideologiche, nel quale gli uomini forti di Hill e Milius si ritagliano sentieri d’azione per una lotta infinita, per segnare su una terra nascite di una nazione e segnali di smarrimento. I corpi diventano non-morti (Duvall) o fantasmi/silhouette in cima a picchi rocciosi o immagini-mito, GERONIMO da deportare con quel che resta del suo popolo su un treno che si allontana nella sequenza finale, in un piano sequenza fisso su uno squarcio di West percorso da quel treno che lentamente sparisce con quelle persone ormai nascoste alla visione, slittando silenziosamente verso le immagini dell’Olocausto filmate da Spielberg.
No. Non riesco a (pensare di) rivedere GERONIMO, film-desiderio per un cinema che verrà. Lontano da celebrazioni.
(HEINMONT TOOYALAKET – CAPO GIUSEPPE)


FIGLIO DEGENERE

Il volto indiano di GERONIMO rimanda ad una vecchia foto virata color seppia, colore della sabbia rossa del deserto americano, quello immaginato e sognato, quello dei canyon e delle rapide, quello del Mississippi e quello della polvere incollata alla faccia dei cercatori d’oro e dei poveri disperati diseredati di tutte le terre del mondo, finiti là, nel vecchio, maledetto, amatissimo Ovest americano. GERONIMO guarda fisso: il film potrebbe stare tutto là dentro. è un’ouverture, dentro c’è già tutto quello che verrà, i visi immoti, quei campi medi terribilmente anticinematografici e, a volte, l’etica (e l’estetica) del dettaglio va a farsi benedire: alla faccia di chi dice che è un brutto film, ci troviamo immersi fino alla cintola nei pericolosi pantani del documentario.
Avete visto chi ha scritto? Avete scritto chi ha diretto?
Sono corsi via, hanno lasciato perdere il western, hanno giocato fuori dal genere, hanno fregato tutti quelli che credevano di poter etichettare con una sola parola, tutti quelli che già avevano preconfezionato un prodotto (lordo) nella propria memoria. Il fatto è, che quando uno va al cinema già s’immagina come andrà a finire e guai a contraddirlo fosse soprattutto un critico. Un critico proprio no, non dev’essere contraddetto.
Così succede che GERONIMO, col suo volto un po’ arcigno, chiuso fra le pieghe del viso mangiato dal sole, finisce con lo scivolare da qualche parte, diventa un personaggio incomprensibile, fuori da una logica di storia, di azione, di mutamenti scanditi ritmicamente. Pensavamo di dover seguire un concerto di musica classica (John Milius al piano, Walter Hill con la bacchetta e con lo smoking),invece è jazz, purissimo jazz. Variazioni su di un tema dato. Variazioni che si allontanano tantissimo da ciò che ci aspetteremmo. E, se la storia non ci piace, beh, è strano: non c’è storia, non c’è niente. rimane un volto, un mito da rispettare, un ritornello che appena riconosciamo. Alla faccia di coloro che volevano bearsi nel narrare le fantastiche avventure d’un rinato genere western. Non è western, quello. E’ semplice architettura, volontà di riprendere le cose come sono, sciape, prive di colore e profondamente poetiche (la vita, si sa, a volte è terribilmente retorica).
Se non vi sta bene, siete fortunati: spegnete il videoregistratore, chiudete la TV, andatevene a letto. GERONIMO continuerà a percorrere, da solo, la sua strada.
(LITTLE WOUND – PICCOLA FERITA)

ALCE NERO PARLA
GERONIMO è un film contrasto. Non per la pellicola, per il gioco delle ombre, delle luci e dei colori. Anzi da quel punto di vista GERONIMO è un film monocolore. E’ un film contrasto perché rappresenta un contrasto. E’ un film contrastato. Persino dal suo ‘genitore’, il padre che lo ha ‘seminato’, John Milius. Milius voleva che fosse un indiano a raccontare, voleva rappresentare, finalmente, il punto di vista indiano sulla faccenda. Come amerebbe probabilmente farlo sul Vietnam con punto di vista dei Vietcong (e splendidamente Milius da cineasta che creativamente conosce il valore della battaglia paragona gli Apache ai Vietcong, anzi ancora più forti, anche se poi, inevitabilmente perdenti, al contrario dei Viet).
Invece la produzione mette un giovane tenente di cavalleria a raccontare, un po’ alla maniera di Balla coi lupi, e a rivendicare la ‘sporca coscienza bianca’ sulla questione indiana. GERONIMO è l’eroe, ma altrettanto eroi (solitari) sono Jason Patrick, Gene Hackman e Robert Duvall. Rovesciato il punto di vista, mescolati gli eroi, trasformato del tutto il discorso ‘anarchico’ del regista di Conan e Addio al re. Alla regia interviene Walter Hill, uno dei cineasti più politicizzati d’America, il vero erede della tradizione di Robert Aldrich. E inserisce nel film le sue ‘visioni’. E il film diventa un mescolamento impossibile. E affascinante. Che fa a pezzi la teoria del cinema d’autore. Il film diviene autore di se stesso. E’ un film dell’industria? O di Milius? O di Hill? E’ un film mistero, un film incrocio, un film che nelle sue contraddizioni riflette il personaggio di cui parla. E dunque, ancora, è un film contrasto. Tra quei primissimi piani, e quella lentezza epica dei dialoghi, a quei tagli veloci delle battaglie (con gli Apache che, come dice Milius, “mai combatterebbero così”…), con le musiche struggenti di Ry Cooder e i panorami che si fanno storia neanche fossimo in un western di Anthony Mann. E poi il rosso che domina, sguardo di pelle diversa, di sangue diverso, vero punto di vista ‘diverso’ della storia. Hill ‘frega’ i produttori? Forse. Lascia il punto di vista ‘superficiale’ del film ai bianchi, ma la visione (rossa) è tutta pellerossa, come quei flash in bianconero, vere visioni del futuro, squarci di cinema non riconciliato.
E quindi, definitivamente ‘politically uncorrect’, come avrebbe voluto Milius, certamente più bravo a creare (come tanti altri cineasti) che a ‘vedere’- cosa che invece sa fare Walter Hill, vero inventore del cinema contemporaneo (da The Warriors in poi).
(BLACK ELK- ALCE NERO)

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