SUDAFRICA 2010 – Ci vuole (ancora) la moviola in campo!!!

wembley 66
“Ci vuole la moviola in campo!!!”, gridava Aldo Biscardi qualche anno fa, coadiuvato dai suoi rumorosi compari e si presume oggi sia disposto a gridarlo ancora (appunto) più forte, dopo le clamorose sviste arbitrali. La moviola in campo, che rallenta, quasi impressiona, il tempo e si afferma con rigore sulle cose ultime, può farci felici ancora una volta mostrandoci il calcio così com’è: un felice disturbo della personalità, un istante prezioso per riflettere sul presente, ravvivato da un’eco surreale

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wembley 66Ancora un grido di speranza che possa risolvere d'un colpo tutti i guai e le ingiustizie sul campo. “Ci vuole la moviola in campo!!!”, gridava Aldo Biscardi dal Processo del Lunedì di qualche anno fa, coadiuvato dai suoi rumorosi compari e si presume oggi sia disposto a gridarlo ancora (appunto) più forte, dopo le clamorose sviste arbitrali in Germania-Inghilterra e Argentina-Messico, incontri degli ottavi di finale. Solo la moviola in campo (per la soddisfazione di Biscardi) potrebbe salvarci da questo mondo del calcio che, diciamolo sinceramente, è sempre più distante dai racconti cinematografici e teatrali classici e si fa sempre più videoclip, pubblicità, danza nervosa e sincopata, tra l’eccitazione estatica della ninfa danzante rinascimentale e una menade melanconica. Con la moviola in campo avrebbero assegnato la rete del pareggio agli inglesi (la palla sarebbe entrata molto più di 44 anni fa, a parti invertite, nella finale di Wembley) e fischiato il fuorigioco nettissimo sul primo goal degli argentini. Ma la tecnologia dovrebbe risolvere errori minimi, non visibili ad occhio nudo, non quelli grossolani, perché altrimenti l'uomo si farebbe triste protuberanza della macchina, malinconica appendice dagli occhi superflui, da tenere per sempre chiusi, come un Avatar mai compiuto. Cosa resterebbe nei ricordi e nella memoria? Solo briciole, pali, traverse e reti piantate a terra, che smetterebbero di tremare nel tempo infinito, in più rischiose intercettazioni, al bando tra non molto. Si potrebbe optare, magari anche per risparmiare sui costi, per il quinto uomo, un arbitro designato solo a controllare la linea di porta e poco altro. Al contempo però, la moviola in campo, che rallenta, quasi impressiona il tempo e si afferma con rigore sulle cose ultime, può farci felici ancora una volta mostrandoci il calcio così com’è: un felice disturbo della personalità, un istante prezioso per riflettere sul presente. È proprio come un déjà-vu o una sorta di “refrain biscardiano” (che potrebbe diventare costanzo/galeazziano, la coppia emergente del calcio estivo) come una ripetizione del tempo, con un arrestarsi e rallentarsi del suo scorrere inesorabile verso la fine, sul presente ravvivato da un’eco surreale. L’accelerazione moderna del calcio/videoclip ha provocato un sempre maggiore divario tra passato e presente, tra il Maradona gessato, e il Messi(a) reincarnato, tra la vecchia Inghilterra del furore agonistico e l'Inghilterra ingessata di Capello. Solo la moviola in campo potrebbe cogliere l’attimo del déjà-vu, l’allucinazione inversa, della realtà che si fa sogno, come, appunto, un felice disturbo della personalità. Magari una tormentata dissociazione, come quella che sta vivendo Maradona, che spara a zero sul nostro arbitro Rosetti, ovviamente non per aver convalidato un goal irregolare alla sua squadra, ma perché non avrebbe salvaguardato abbastanza le gambe del gioiello Messia. Memore del terribile infortunio subito in Spagna quando giocava nel Barcellona e del “Gentile” attaccamento nel 1982, Maradona grida non alla moviola in campo, ma ad un trattamento meno assillante e aggressivo, come quello impiccione del cameramen, sempre più smanioso di entrare nel circolo dei festanti o preganti e destinato mestamente però a rimanere fuori dal giro. Ma chi vuole la maradonamoviola in campo? Il calciatore/attore o lo spettatore/guardone? Maradona continua a gonfiarsi sempre più, l'ultimo bottone della giacca rischia di saltare da un momento all'altro e finalmente scopriremo il suo vero costume: pantaloncini ascellari e petto in fuori, come il Superman del calcio, travestito sotto mentite spoglie per fingersi un allenatore qualsiasi. Maradona, non è un umano supereroe, la mattina quando si sveglia è già Superman. Quel Pibe, che prova a nascondere la vera identità a tutti i costi, è oggi la vittima predestinata dell’iper-visione moderna nel proliferare di telecamere, angolazioni di ogni tipo, slow-motion, grafici, elaborazioni al computer che vivisezionano ogni episodio fino a staccarlo dal continuum che una partita rappresenta. Fino a farci percepire un altro calcio, un ibrido gesto sportivo che diviene idolo, feticcio del consumo mediatico. Così la moviola in campo, e magari il replay sul megaschermo a condizionare le decisioni arbitrali, è forse un vero (o irreale) pretesto, potrebbe diventare un mondo visivo a parte, un fuoricampo scalpitante nel voler entrare in gioco, fatto di suggestioni, reali perché oggetto di visione, irreali perché del tutto scollegate dal flusso temporale e causale che lega gli eventi tra di loro in una tempesta di emozioni prefabbricate. La palla non gira, sembra non scorrere, semplicemente rimbalza da uno schermo all'altro, dal piede al pixel.               
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