SYD FIELD. Screenwriter Teacher

Un buon maestro è uno che ti fa venire voglia di fare qualcosa di buono – non necessariamente di bello, ma di buono sì. Syd Field faceva venire voglia di scrivere e non so neppure esattamente come faceva a imprimermi questa spinta, a solleticarmi al punto giusto.

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Ho letto e riletto più volte La sceneggiatura, quello che è stato a lungo il suo unico libro tradotto in Italia – degli otto pubblicati in patria.
Ma lo rileggevo non tanto per approfondire quelle che erano certe sue teorie sullo scrivere per il cinema, bensì perché proprio mi piaceva quel tono pacato, colloquiale, ottimista, capace di spiegare al mondo quale fosse il modo di articolare quella magia sottile e indefinibile che si chiama “scrivere”.
Era un ottimista perché – a differenza di certi inutili e supponenti tromboni nostrani privi di talento, buoni solo a deprimere e a massacrare possibili concorrenti – spingeva tutti coloro che volessero farlo a scrivere, invogliava a mettere in gioco la propria anima, magari semplificando certi passaggi ma incoraggiando, comunque, a mettersi alla prova, a buttar giù idee, a regalarsi quegli attimi di assoluto godimento che solo la scrittura concede.
Il suo libro chiudeva con questa frase: “Scrivere è una responsabilità individuale: o lo fate, o non lo fate. Fatelo”.
Ecco, questa cosa proprio mi piaceva sentirmela dire. E credo di averla ripetuta spesso nei miei corsi – perché, al di là del risultato, è proprio il “piacere nel fare” ciò che conta, proprio questo mettersi in gioco con assoluta libertà, pieni di eccitazione, nell’attesa di un godimento che, in un modo o nell’altro, pure ci sarà.

È
chiaro che altri, assieme a lui e dopo di lui, hanno rinvigorito il sistema rendendolo più articolato, più utile, più preciso (il principe in questione è Robert McKee), ma Syd Field resta il divulgatore per eccellenza
, colui che ha, in alcuni casi, formalizzato certi elementi strutturali meno visibili – e il midpoint resta un’interessante intuizione che, probabilmente, ha influenzato molti sceneggiatori e a permesso loro di penetrare più profondamente certe ambiguità della mente umana (il midpoint definisce il momento in cui la storia ci permette di cambiare punto di osservazione e ci offre una visuale meno pacifica, più articolata e profonda del racconto).
Molti devono molto a Syd Field. E, forse, è grazie a lui che diventa stabile e riconoscibile la figura dello screenwriting teacher, una professionalità a metà strada tra lo scienziato pazzo e lo stregone carismatico: affascina la possibilità di trasmettere i misteri della scrittura quasi come se scrivere sfuggisse all’artigianalità dell’arte (è possibile insegnare a disegnare, a cantare, a suonare, a scolpire ma lo scrivere sembra – ingiustamente – venir meno a qualunque regola, a qualunque necessità articolata del fare…) La sua figura, quella di Syd Field, rimane intrigante proprio per questa capacità di far diventare l’insegnamento, a sua volta, un’arte, legata ai misteriosi fili del raccontare e del raccontarsi, del dire e dell’inventare, del rendere pubblico ciò che è così definitivamente intimo.
Il suo primo manuale, pubblicato nel 1979, resta il punto d’origine al quale altri si legano e dal quale talvolta partono per articolare discorsi complessi: accanto al già citato McKee compaiono i nomi di Linda Seger, John Truby, Christopher Vogler… tutti americani, of course. Ma, a dirla tutta e per quel che ci riguarda un po’ più da vicino, sono Aristotele, Orazio e gran parte di coloro che, nel vecchio continente, si sono interessati alla retorica, gli illustri predecessori che, puntualmente, questi studiosi amabilmente citano, per niente preoccupati dell’altisonanza dei nomi, della complessità che la filosofia, in un modo o nell’altro, regala.
Syd Field rimane la porta preferenziale che apre ai misteri della narrativa, una porta necessaria da attraversare per chiunque voglia scrivere e per tutti coloro che, in qualche modo, pensano che sia possibile raccontare, condividere e rivivere le imprevedibili, sensuali e favolose dinamiche che rubano l’anima a tutti gli scrittori del mondo.

 

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Un commento

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    Per me è stato un insegnante insostituibile. Di lui e McKee ho consumato i libri… quello di Syd Field in particolare. Per imparare, per migliorare, ma anche perché, come hai ben detto tu, amavo il suo tono, i suoi incoraggiamenti. So che devo in buona parte a lui la mia capacità di costruire storie.