#TFF37 – Le rêve de Noura, di Hinde Boujemaa

«Mi hai rovinato la vita! Tu non sei un uomo, non sai fare altro che rubare e mentire».

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Le urla di Noura esplodono nel silenzio, troppo a lungo trattenute. Emerge in modo prorompente e doloroso tutta la frustrazione di una donna stanca di tutto: del faticoso lavoro da lavandaia in un’ospedale tunisino, della paga misera, delle urla dei tre figli che litigano tra di loro per delle sciocchezze, dei guai del marito Jamel, ladro e malvivente finito per l’ennesima volta in carcere. Ma ciò che più la sfinisce è il doversi nascondere continuamente per poter vivere un attimo di serenità con l’amante Lassad. Stufa di quello che è ormai soltanto il padre dei suoi figli, sta per ottenere il divorzio, a insaputa dell’uomo che è chiuso in prigione. Ma a soli cinque giorni dall’approvazione ufficiale dell’atto, vede ricomparire inaspettatamente nella sua vita Jamel, rilasciato per amnistia presidenziale. Ogni speranza di libertà è improvvisamente spazzata via e Noura si trova a dover far i conti con le ingiuste leggi tunisine, che puniscono l’adulterio con cinque anni di carcere.

Quella raccontata da Le rêve de Noura da Hinde Boujemaa (Era meglio domani del 2012, Et Romeo epousa Juliette del 2014), è la storia di un difficile percorso di emancipazione femminile. 

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La protagonista, interpretata da Hind Sabri appare sin da subito determinata, passionale, sognatrice. Viene mostrata nei panni di lavoratrice instancabile, di tenera amante e di madre premurosa. Tutto sembra andare per il meglio, finché il suo sogno si infrange. Costretta a fingere contentezza per il rilascio del marito, la donna lo riaccoglie in casa perché sa che ammettere i suoi veri sentimenti sarebbe deleterio per tutti. Accetta passivamente la presenza di Jamel (Lotfi Abdelli), pur non riuscendo più a toccarlo o a guardarlo in faccia. Il gesto che compie di togliersi il trucco dalla faccia e lo smalto rosso dalle unghie, su “consiglio” del marito, rappresenta l’inizio della sua caduta verso una condizione di annichilamento che non le appartiene, ma che non riesce ad evitare. La rinuncia alla femminilità si accompagna alla ripetuta abitudine del fumo, sintomo nervoso di un disagio interiore.

Istigata da un lato da Jamel a perdonarlo e ricominciare tutto da capo, dall’altro da Lassad (Hakim Boumsaoudi) a cedere alla tentazione di una fuga d’amore, la donna appare fortemente combattuta.

La sua lunga battaglia interiore viene indagata con una serie di primi piani, in cui ogni movimento del volto esprime sofferenza, grida vendetta, agogna la libertà. La regia predilige le riprese ravvicinate per una resa introspettiva.

Quella tra gli amanti potrebbe essere definita una relazione “in assenza”: i due si vedono poco e sempre di nascosto, costretti a nascondersi in antri bui, a sentirsi tramite il telefono (per lo più onnipresente) e a cancellare ogni traccia subito dopo, spesso separati da un elemento fisico che li ostacola (come le grate della finestra, dalla quale si parlano).

In un mondo di insidie e di incertezze, sembra rimanere soltanto quell’unica speranza, l’amore, quell’anelito estremo e potente verso la felicità che nessuno riuscirà a portare via ai due innamorati. Con un bel finale aperto.

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