The Mandalorian, di Jon Favreau

È giunto anche in Italia il momento di Disney Plus. Nella battaglia fra le svod, protagoniste indiscusse del dibattito sull’intrattenimento, ecco che scende in campo il gigante Disney, capace fin dalle sue origini di diversificarsi in molteplici forme di entertainment, quella del grande schermo ovviamente ma anche della carta stampata e dei parchi a tema, per dirne solo due. Disney + conta nelle sue retrovie soldati più che valorosi: gli Avengers e tutti i protagonisti dell’universo Marvel, il mondo Fox, gli eroi e le eroine Disney e  Pixar, e chissà quanti live action, remake e reboot ancora tutti da realizzare. E ovviamente, scende in campo con Star Wars, macrocosmo dalle molte possibilità di sfruttamento narrativo.

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Uno dei contenuti da subito disponibile sulla piattaforma è proprio The Mandalorian (la  cui prima puntata è già andata in onda su Italia1), spin off di Star Wars ambientato cinque anni dopo Il ritorno dello Jedi e venticinque prima de Il risveglio della forza. I mandaloriani, le cui origini vengono approfondite nella serie animata The Clone Wars, abitano il pianeta Mandalore e sono un popolo di guerrieri, nato per farsi onore in battaglia. The Mandalorian racconta le avventure di uno di loro, il cacciatore di taglie Din Djarin, detto Mando.
Eletto dai fan come degno discendente degli Episodi IV,V,VI, The Mandalorian ne riprende in effetti l’originale spirito western, sancendo un ritorno ai toni e ai colori principali della prima trilogia lucasiana. Mando è infatti un pistolero a tutti gli effetti e uno spirito solitario. Molte sono le riprese dei pianeti deserti, ampie terre da conquistare, così come il ritorno a quei locali affollati da strane creature, che tanto ricordano i saloon del vecchio West. La miniserie di otto episodi, la prima in live action dell’universo Star Wars, è ideata da Jon Favreau che la scrive e veste i panni dello showrunner. Personaggio poliedrico, Favreau nasce come attore caratterista nei primi anni 90 (era in Deep Impact e corteggiava Monica in Friends, ad esempio) e successivamente dirige nove film, fra cui il primo e il secondo Iron Man, in cui interpreta anche Happy, fidatissimo amico del supereroe. Favreau fa ormai parte della famiglia Disney e ha già al suo attivo i live action de Il libro della Giungla e Il re leone, che chissà se possono essere definiti tali a tutto tondo, soprattutto l’ultimo, dove non compare neanche un essere umano. D’altronde oggi come oggi definire sembra sempre più complicato, ripercorrere le strade che collegano un film all’altro difficilissimo, così come ricostruire parentele e delineare generi. E se già la creatura di Lucas nasceva transgender, considerare The Mandalorian solo un western intergalattico è di gran lunga una limitazione. Favreau snoda la sua storia principale lungo tutti gli 8 episodi, che sono al contempo perfettamente autosufficienti, unendo la continuità narrativa e romanzesca della serialità ad una certa fruibilità episodica prettamente televisiva. In questo modo ecco che The Mandalorian sembra caricare su di sé quella fluidità che caratterizza modi e mezzi con cui il contemporaneo si racconta, fluidità che sembra appartenere alla Disney fin da quando il suo babbo Walt, in una sorta di illuminazione premonitrice, l’ha concepita. Ogni episodio di The Mandalorian rimanda così a diversi contesti narrativi. L’attrice ed ex lottatrice di arti marziali Gina Carano veste i panni di Carasynthia Dune, e nell’episodio 4 si rivela a tutti gli effetti come una nuova Xena, protettrice dei villaggi e dei deboli. E prima ancora è la forma stessa dell’episodio a ricordarci quel concept specifico, in cui la missione che si compie nel limite narrativo della puntata, mentre la narrazione generale prosegue. Molte le diverse atmosfere cinematografiche evocate, nei due episodi in cui Mando ha a che fare con la spietata banda di Ranzan “Ran” Malk, ci sembra quasi di avvertire echi carpenteriani. Ma ne potremmo trovare tante: Il Quinto Elemento di Besson ad esempio, l’ostinatezza della missione nella modalità dei videogiochi, e ovviamente anche certe atmosfere Marvel. In fondo il nostro Din Djarin potrebbe essere un alter ego oscuro di Quill, il Chris Pratt de I guardiani della galassia. Anche lui dotato di un casco protettivo e adottato da piccolo anche se da pirati spaziali senza scrupoli e non da guerrieri. D’altronde Favreau è parte integrante del mondo Marvel, anche se con il suo Mandalorian ne rifiuta in un certo senso la tendenza ammiccante prediligendo toni più scuri alla Rogue One, e rendendo la sua serie vincente, forse anche rispetto ai nuovi episodi di Star Wars, livellati su quel tono comedy politically correct che caratterizza certi prodotti Disney.

Ogni episodio, diretto da registi diversi, fra cui  Bryce Dallas Howard e Taika Waititi, sviluppa  la storia principale. Il duello è ancora una volta quello fra bene e male, incarnati dal burbero Mando e dal Cliente (il villain Werner Herzog) che lo ingaggia per rintracciare Baby Yoda, piccola creaturina verde di cui sappiamo poco e nulla, se non che porta incredibilmente bene i suoi 50 anni. Le informazioni che possediamo su Baby Yoda non ci arrivano dagli sceneggiatori ma si sono generate al di fuori dalla serie, nel cyberspazio, luogo delle altre narrazioni e terreno fertile per sperimentare e valutare l’indice di gradimento anche dei prodotti di intrattenimento, che vivono una vera e propria seconda vita sul web. Perfino il nome della creatura verde, semplicemente Il Bambino nella serie, nasce dal tweet di una fan e diventa subito virale. Baby Yoda è quindi una star del web oltre che della serie, uno dei protagonisti indiscussi dei dibattiti social del 2019, tra divisioni di lover e hater e contest spietati col robottino Sphero Bundle BB-8. Anche sulle sue origini i fan si sono sbizzarriti, immaginando storie di ogni tipo, una delle quali lo vede figlio di Yoda e Yaddle, femmina della stessa specie apparsa solo una volta ne La minaccia fantasma. Storia smentita da molti, in uno strano rimbalzo fra vero e falso che assume nel web un significato tutto nuovo o forse lo perde del tutto, insieme alla paternità di una teoria e alla sua presunta veridicità. Baby Yoda ha conquistato il mondo diventando subito iconico, e magari non possiede la forza di Mickey Mouse ma è ugualmente commercializzabile, e quindi star della serie, del web e non di meno del merchandising, altro territorio di azione del gigante Disney. E in effetti resistere a Baby Yoda è impossibile, lo stesso Herzog lo ha definito così bello da essere straziante, potente e al contempo indifeso.

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In risposta a Baby Yoda c’è Mando. Anche di non sappiamo molto. Dal volto non possiamo evincere tanto visto che è sempre coperto dall’elmo, oggetto fondamentale per un mandaloriano, che perde l’onore se decide di toglierselo e mostrarsi a tutti. Se Baby Yoda è continuamente postabile, condivisibile ed esposto a discussioni che vengono registrate, immagazzinate e riutilizzate per migliorare la riuscita del prodotto, ecco che Jon Favreau, in una specie di cortocircuito interno, sembra inserire quasi in opposizione un protagonista inafferrabile, di cui non scorgiamo mai le espressioni. Emozioni e stati d’animo ci arrivano quindi in seconda battuta, ma non per questo non siamo in grado empatizzare, anzi. E mentre Baby Yoda nasce come meme ancor prima di diventarlo sul web, già dopo la prima puntata ci identifichiamo in un  protagonista senza volto.  Nell’era dell’immediatezza e dell’esposizione dell’immagine, Mando si inserisce come elemento di rottura, proprio per la sua invisibilità e non tracciabilità. Una sorta di figura sovversiva che riesce a emozionarci senza mostrarsi, ma facendoci immaginare, in un mondo dove le emozioni sono le prime ad essere codificate, e condensate in emoticon e gif.  E se a nessun essere umano è permesso di vedere il suo volto, chissà se sarà concesso ai robot, gli unici che potrebbero memorizzarlo o inserirlo nel loro database rendendolo codificabile.
Oggi che il concetto di intrattenimento è sempre  più centrale, intrattenuti come siamo da contenuti di ogni genere e forma, The Mandalorian si immette nel panorama mainstream come un piccolo mondo riuscito all’interno dell’universo Star Wars,  in grado di lasciarci col fiato sospeso, ma anche di suscitare interessanti riflessioni transmediali.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3 (2 voti)

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