The Mandalorian e In vacanza su Marte: la rivoluzione del 360 Led Wall

Breve storia del futuro dell’audiovisivo, da The Mandalorian fino ad In vacanza su Marte: con la tecnologia dei 360 Led Wall cambia infatti il modo di girare per tv e cinema

Il green-screen è morto, lunga vita ai Led Wall 360: è l’aforisma che gli addetti ai lavori dell’audiovisivo hanno fatto proprio dopo aver visto la portata epocale della principale modalità di lavorazione introdotta dalla serie tv The Mandalorian, in onda su Disney+ e con una terza stagione già alle porte. Il led wall 360 rappresenta infatti il perfezionamento di sistema per riprese che non hanno più bisogno di svolgersi fisicamente in set esotici ma possono venire riprodotti in tre dimensioni su questi muri di led. Ma andiamo con ordine. Il led wall è un maxischermo a tecnologia led, composto da più pannelli (le cosiddette “mattonelle”), in grado di riprodurre immagini o tutti i formati video. Essendo modulari è molto semplice realizzare dei prodotti di elevate dimensioni o aumentarne la grandezza anche in tempo reale. Grazie alle particelle elementari di cui sono composti, i led wall possono mostrare immagini ad alta qualità, in diverse condizioni d’illuminazione e a distanze anche considerevoli. Per le loro caratteristiche, questi maxischermi led si prestano alle situazioni più diversificate: dalla pubblicità, all’evento sportivo, dalle fiere ai grandi concerti – si pensi, ad esempio all’utilizzo principale per cui sono stati utilizzati fino ad ora e cioè la fruizione di una qualsiasi grande manifestazione a un pubblico diversamente non raggiungibile. Attraverso il software in dotazione e collegando il computer del maxischermo a internet, è possibile monitorare e gestire il led wall in tempo reale da qualunque postazione connessa in rete. Il software permette di gestire tutti i moduli LED presenti come un unico schermo. Solitamente vengono suddivisi in outdoor e indoor a seconda del loro utilizzo in campo. Come dice il termine inglese si tratta di un vero proprio “muro a led” perché la sensazione che dà guardandolo è quella di una parete video continua, senza alcuna giunzione tra i moduli che lo compongono, che permette così di coprire qualsiasi spazio, digitalizzandolo. Oltre alle installazioni classiche – gli schermi sono posizionati in senso orizzontale ed accostati in modo da formare un maxischermo il cui rapporto tra le dimensioni è 4:3 o 16:9 – sono possibili videowall con rapporti di forma diversi o con posizionamento degli elementi anche nelle tre dimensioni che sono proprio i video wall “circolari” che c’interessano. Il maggiore problema di questa tipologia di schermo era inizialmente dovuto alla presenza delle antiestetiche cornici che circondano gli elementi che lo compongono e che avevano il principale difetto di generare un fastidioso effetto “a scacchiera”; in seguito, con l’evolversi della tecnologia, sono comparsi sul mercato dei video wall che hanno ridotto al minimo se non eliminato il problema, utilizzando cornici di spessore molto ridotto (qualche millimetro) che a distanza risultano invisibili. Arriviamo quindi al caso di studio che stiamo analizzando e cioè l’uso massivo di questa tecnologia compiuto dalla serie Disney The Mandalorian che ha potuto contare per l’intera prima stagione di un budget di oltre 100 milioni di euro. Oltre il 50% della prime otto puntate di The Mandalorian è stato infatti filmato utilizzando questa nuova metodologia rivoluzionaria, eliminando del tutto la necessità di riprese in esterni. Il set virtuale costruito per la prima stagione aveva un diametro di 75 piedi, un’altezza di 21 piedi e perfino un tetto composto da LED.

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È un’evoluzione di una tecnica in uso da quasi un secolo in una forma o nell’altra: mostrare un’immagine dal vivo dietro gli attori. Il progresso potremmo dire non è nell’idea ma nell’esecuzione: un insieme di tecnologie diverse che ridefinisce forse per sempre il concetto di “produzione virtuale”. Fino poco tempo fa come è noto si sostituiva la fisicità dei set attraverso il chroma key. Una delle cose più difficili per un attore nel cinema moderno però, come si può appurare andando a recuperare le interviste delle grandi star interrogate sul tema, era entrare nel personaggio circondato da pareti verdi, poi da blocchi di schiuma che indicano ostacoli da dipingere ed infine da persone con punti di mocap sul viso o abiti con palline da ping-pong attaccate. Oltre all’astrazione richiesta all’interprete non bisogna dimenticare il grande lavoro che il green e blue-screen richiedevano soprattutto dopo aver girato dato che i riflessi verdi e blu che necessariamente comparivano in fase di ripresa dovevano essere illuminati o colorati in fase di post-produzione, con i tempi lunghi a cui anche le grandi produzioni ci avevano abituato (tra la fine delle riprese e l’uscita in sala i fan dovevano aspettare a volte anche anni!). I progressi di qualche tempo fa – si pensi proprio alla trilogia prequel di Star Wars diretta da George Lucas – hanno permesso alle mdp di mostrare una pre-visualizzazione approssimativa di come sarebbe stato il film finale, sostituendo istantaneamente sfondi e personaggi in CG sui monitor. Certo, questo aiutava con la composizione e il movimento della telecamera, ma il mondo del film non c’è ancora interamente e non è manipolabile in tempi brevi sul set. L’uso dei led-wall in una maniera ancora non così importante come per la serie ideata dallo showrunner Jon Favreau era già avvenuto comunque per Rogue One in cui era già stato costruito un grande schermo LED cilindrico. Esso però era servito esclusivamente come fonte primaria di illuminazione sui personaggi e sui set per tutti gli sfondi degli atterraggi della battaglia spaziale su Scarif, Jedha ed Eadu e per tutte le sequenze della cabina di pilotaggio in X-Wing e veicoli spaziali U-Wing. In The Mandalorian il tipico tendone verde che viene utilizzato per ricreare le scene in CGI è stato invece completamente sostituito da un ambiente molto più realistico e soprattutto dinamico, reso possibile grazie ad una nuova tecnologia chiamata Stagecraft, progettata da alcune delle aziende leader del settore e in fase di sperimentazione già da cinque anni. In Stagecraft un proiettore 3D ricrea in tempo reale la bozza delle immagini tridimensionali girate precedentemente da troupe cinematografiche in varie parti del mondo come Islanda e in Cile sui vari muri Led siti sull’unico set fisico di Manhattan Beach. Il risultato è un ambiente 3D dinamico che cambia in maniera coerente con gli spostamenti della camera e che consente all’attore di muoversi dentro di esso come se fosse davvero su Tatooine. I filmati così ottenuti sono integrati in set virtuali grazie all’aiuto del famoso motore grafico Unreal di Epic Games che consente allo sfondo di spostarsi e modificarsi, come detto, a seconda del movimento della telecamera. Questo ha permesso l’uso della fotografia cinematografica in fase di incorporazione senza che gli attori venissero portati sul posto per cui Favreau ha potuto dire con la giusta enfasi del pioniere: “Gli attori non vengono portati sul luogo. Il luogo è portato agli attori“. Insomma, come ha scritto qualcuno: “è come uno sfondo tradizionale di Hollywood, tranne che questo utilizza il motore di gioco di Fortnite per posizionare 28 milioni di pixel di personaggi e oggetti esattamente dove devono essere affinché la fotocamera li catturi“.

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Gli ambienti 3D digitali creati da ILM (Industrial Light & Magic) sono stati riprodotti in modo interattivo sui LED wall e modificati in tempo reale durante le riprese consentendo un tracciamento accurato al pixel e immagini 3D corrette dalla prospettiva renderizzate ad alta risoluzione tramite sistemi basati su GPU NVIDIA. Gli ambienti sono stati illuminati e renderizzati dalla prospettiva della mdp per fornire parallasse in tempo reale, come se l’obiettivo stesse davvero catturando l’ambiente fisico con un’accurata luce interattiva sugli attori e sui set pratici. Il fatto che molti effetti e sfondi possano essere fotografati prima del tempo e ripresi nella fotocamera anziché essere composti in un secondo momento, fa risparmiare molto tempo e denaro. Inoltre semplifica il processo creativo, con decisioni che possono essere prese in loco da registi e attori, poiché Stagecraft è reattivo alle loro esigenze. Uno dei principali vantaggi dell’utilizzo della tecnologia del video wall è quindi l’illuminazione realistica, con la parete di schermi che fornisce luce ambientale e riflessi accurati sugli attori. Questo era particolarmente importante per il Mandaloriano, che indossa un’armatura riflettente. Usando StageCraft, infatti i riflessi nell’armatura del Mandaloriano erano già corretti sul set. Questo ha anche consentito ai direttori della fotografia della serie di illuminare le scene in un modo che corrispondesse allo sfondo, piuttosto che illuminare il set e sperare che lo sfondo digitale corrispondesse in post-produzione come avrebbero fatto con lo schermo verde. Chi ha potuto partecipare alla lavorazione di The Mandalorian è stato da subito conscio della rivoluzione rappresentata dal led wall 360: “La maggior parte delle riprese sono state eseguite completamente in camera“, ha detto Jon Favreau nel corso di una video-conferenza di presentazione. “E nei casi in cui non siamo riusciti a raggiungere il pixel finale, il processo di postproduzione è stato notevolmente ridotto perché avevamo già fatto delle scelte creative basate su ciò che avevamo visto davanti a noi. La postproduzione è stata principalmente il perfezionamento delle scelte creative che non siamo stati in grado di finalizzare sul set in un modo che abbiamo ritenuto fotorealistico“.

Potremmo girare sulle piane laviche del Nevarro al mattino e nei deserti di Tatooine nel pomeriggio” – ha trionfalmente continuato il supervisore degli effetti visivi Richard Bluff di ILM riferendosi all’uso degli oltre sfondi fatto durante la sola prima stagione. Barry “Baz” Idoine, uno dei due direttori della fotografia della serie, ha infine aggiunto: “Questo modo di girare produce un sorprendente vantaggio secondario: le riprese sono molto più facili. Se hai girato in un bar a Santa Monica e le modifiche ai dialoghi significano che devi girare di nuovo la scena, non c’è bisogno di litigare con i permessi e illuminare di nuovo il bar. Invece, la prima volta che sei lì, catturi attentamente l’intera scena con l’illuminazione e gli oggetti di scena esatti che avevi la prima volta e li usi come sfondo virtuale per le riprese“. Anche se stiamo parlando di una produzione mainstream con un budget impossibile da replicare attualmente per qualunque altro prodotto similare il futuro è insomma qui. In un’epoca dominato da narrazioni seriali sarà sempre più importante ottimizzare i costi potendo far sì che molti esterni siano girati comodamente negli studios. Forse per questo Favreau ha invitato altri registi e studi cinematografici a visitare il set della serie e vedere come veniva utilizzata la nuova tecnologia, notando che Lucas e altri registi come James Cameron avevano fatto lo stesso quando stavano lavorando a progetti cinematografici innovativi. A dicembre 2020 è stato infine annunciato che tre volumi StageCraft aggiuntivi erano in costruzione a Los Angeles, Londra e Australia.
E per una volta l’Italia può già dirsi ottima seconda in questa gara tecnologica: il cine-panettone (digitale) di Neri Parenti In vacanza su Marte, come rivendicato orgogliosamente da Christian De Sica in più interviste, si è avvalso per alcune scene di “360 Led Wall, un muro digitale che permette di recitare circondati da una scenografia virtuale”. Aspettiamo con ansia di poter esportare su un Pianeta Rosso iper-realistico le  gesta grottesche della nostra coppia comica più famosa.

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