TORINO 29 – “Intruders”, di Juan Carlos Fresnadillo (Festa mobile)

intrudersApparentemente due storie che convivono, procedendo di pari passo. In realtà due tasselli di un unico percorso, che si dipana nel tempo e racconta l’origine e le dimensioni di una stessa paura. La piccola Mia (che di cognome fa Farrow!) immagina di essere perseguitata dal Senzafaccia, un mostro che alberga nell’oscurità della sua stanza, uomo nero alla perenne ricerca di un nuovo volto. E’ un incubo, suggerisce il buon senso. Ma a dare credito ai racconti della bambina è il padre John (Clive Owen). Perché, caso vuole, proprio lui, trent’anni prima, durante la sua infanzia in Spagna, aveva dovuto fare i conti con lo stesso mostro.
Su sceneggiatura di Nicolás Casariego e Jaime Marques, lo spagnolo Juan Carlos Fresnadillo (Intacto, 28 settimane dopo) prova a costruire un film sull’oscurità e l’indefinibile essenza delle paure che ci attanagliano. E’ l’uomo nero della nostra infanzia che ci attende aldilà del limite, la metafora eterna di ogni privata maledizione. Premesse interessanti che potrebbero portare a una riflessione sulla paura e il desiderio di ogni sguardo di penetrare tra le pieghe dell’oscurità che circonda e scontorna il visibile. O alla scoperta di una vita autonoma delle storie, che crescono sui vuoti e li coprono all’apparenza, attraversando così gli spazi e i tempi, a prescindere dalla volontà e dal dominio di chi narra. Come in Gilliam che contempla le sue cattedrali narrative. O come in Shyamalan, che film dopo film, prova a spingersi sempre un passo in più oltre il limite che separa il campo e il fuori campo. Ma Intruders non sembra voler dar importanza a quei buchi di sceneggiatura, che sono il caos informe da cui nasce ogni deriva e suggestione, ogni sfida necessaria all’incubo del indicibile. Se Shyamalan accetta di fare i conti con la nostra cecità, Fresnadillo dà forma all’indefinito e un nome alle cose. Rende visibile il mostro e ci dice da dove arriva e che fine fa. Scoprendo così i fili del discorso, i meccanismi della struttura. Basta finir le storie, per circoscriverle nei limiti dell’innocuo. Donare un volto (tre già sarebbero troppi) alla paura, per esorcizzarla e relegarla nel territorio del già visto e conosciuto. Ma è solo un gioco da ragazzi. La morte e il nulla non scompaiono. Ci attendono in un altro angolo remoto delle nostre stanze. Per quanto lontano potremo andare, ci ritroveranno sempre. E nessun Clive Owen ci salverà.