Una calibro 20 per lo specialista, di Michael Cimino

tratto da Sentieri Selvaggi Magazine n.22

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Per quale motivo Caribù non muore nell’auletta della scuola di Warsaw ricostruita come monumento alla Storia dei Pionieri in mezzo al nulla, ai margini di una highway desolata d’America? Mentre l’Artigliere scova l’Eldorado dietro la bandiera degli States, il personaggio di Jeff Bridges è lì lì per tirare le cuoia sulla porta di questa rievocazione turistica di una frontiera già trasformata in immaginario popolare (e infatti all’interno i due protagonisti trovano coppia di coniugi con macchina fotografica al collo intenti ad immortalare istantanee di un passato nazionale di fantasia), ma resiste giusto per un altro paio di minuti sul finale di Una calibro 20 per lo specialista: eppure sarebbe stata una chiusura meravigliosa, questa sepoltura oramai del tutto al di là della soglia della stanza della Storia, assimilato per sempre ai piedi delle stars’n’bars in una specie di camera ardente nella Leggenda.

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Ora che Cimino non è più di questa terra la tentazione sarebbe decisamente simile, quella di rinchiudere il suo cinema nella dimensione del Mito con tanto di cartello esplicativo: ma è lo stesso cineasta a suggerirci che certi fantasmi, come quello di Caribù, continuano a viaggiare lungo le infinite strade del pianeta e ad attraversare le montagne, non puoi incasellarli in un unico posto neanche da morti, la loro inquietudine continua ad agitarsi nell’aria. E allora, che cosa può dirci ancora oggi un film come Thunderbold and Lightfoot, 1974?

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Proviamo a fare un passo indietro, a quella 44 Magnum per l’Ispettore Callaghan che un anno prima segna il primo contatto tra Clint Eastwood, la sua Malpaso e il giovane Cimino, in quel caso sceneggiatore della seconda avventura di Dirty Harry insieme a John Milius.
I vigilantes che agiscono come serial killer protetti dalla divisa per ripulire il Paese dagli usurpatori fuorilegge parlano chiaramente la stessa lingua della lista delle esecuzioni in mano ai tagliagole dei venturi Cancelli del cielo: “Cento anni fa in questa città successe la stessa cosa, la storia ha poi giustificato i vigilantes, e noi non siamo diversi. Chiunque minaccia la sicurezza del pubblico sarà giustiziato”, spiega l’invasato teorico delle ronde anticrimine, il Tenente interpretato da Hal Holbrook. “Una volta che la polizia cominciasse a fare queste epurazioni, dove si andrebbe a finire, Briggs?”, obietta il “reazionario” Callaghan: “Potreste uccidere gente che fa una dimostrazione, o commette infrazioni al codice stradale. E si arriverebbe a sopprimere il nostro vicino perché il suo cane fa pipi nel nostro viale!”
E la sensazione è subito quella di una profezia sul presente, di una chirurgica capacità di CIMINOleggere il reale propria storicamente del cinema di genere. E’ facile riconoscere già nello script di Magnum Force le traiettorie di questi reduci della Storia di cui poi Cimino racconterà derive, fallimenti, epiche, glorie e sacrifici, intravedere l’ombra dell’insofferenza dello sbirro Rourke de L’anno del dragone in Callaghan, e soprattutto la dolente umanità di un personaggio già perfettamente ciminiano, il disperato collega dell’ispettore, Charlie McCoy (“Ma dove va il tempo, Harry? Passa troppo rapidamente: sono volati dieci anni da quando ci siamo conosciuti, te ne rendi conto? Un bandito uccide come vuole, ma se uno di noi spara, apriti cielo!”) che si mette a giocare alla roulette russa (!) dopocena spaventando i bambini a tavola.

Questi tragici scavezzacollo ai margini non hanno mai, ed è già evidente in questi primi exploit di Cimino, la statura di eroi grossolani e di una bellezza sghemba e ridanciana, come in alcuni ritratti del compare John Milius: in loro, l’incapacità a vivere secondo i tracciati dell’esistenza civile e della scansione temporale istituzionalizzata non assume mai una leggerezza liberatoria, ma anzi non può che portare alla caduta irrecuperabile, al baratro della punizione (è strepitoso a comprenderlo Bridges, alla prima prova da protagonista, in grado di intuire magnificamente il confine della sfumatura del suo malinconicissimo Lightfoot, mentre Clint questa consapevolezza se la porta addosso ad ogni primo piano, e amaro ghigno di straforo).
La parabola del “Rosso” di George Kennedy, nella Calibro 20, è più che emblematica: semplicemente, lui e il suo complice Eddie Goody non ce la fanno a campare come semplici lavoratori di una cittadina alla periferia del Montana, impiegati in un’impresa di pulizie per grandi magazzini e autisti di un camioncino dei gelati – ma il ritmo delle gag che raccontano i disastri dei due comprimari è completamente sballato, fuor di sesto (come già la parentesi abortita con Clint e Bridges e le due squillo in precedenza, o l’incomprensibile inserto con il guidatore matto che adora i testacoda e sparare ai conigli che tiene prigionieri nel portabagagli…) , e se funziona è solo nell’ottica in cui Red verrà sbranato a morte alla fine proprio da quei cani da guardia di cui si lamentava borbottando mentre puliva il pavimento dell’androne del centro commerciale (di nuovo la sorveglianza, la repressione delle forze di Stato…).

C’è sempre qualcosa che stona, in quest’immagine perfetta e ridente di vita americana, e chi ha “preso il via” non riesce mai a rientrare nei margini del disegno, perché “non può più fermarsi”. Mentre aspettano all’attracco l’arrivo del battello “Sogno dell’Idaho”, Caribù lo spiega a modo suo all’Artigliere, che spinto dal silenzio del posto gli chiede “Non hai genitori?”
“Strano, non lo so neanche più. L’ultima volta li vidi da ragazzo…non riuscivano a reggermi così loro mi spedirono in un istituto. E in treno conobbi una donna, non so come andasse ma scendemmo dal treno insieme a New Orleans. Dieci giorni dopo mi mollò in un albergo cimicioso. Mio dio, ne facemmo di capriole. E fu così che da allora ho preso il via.”
Clint non ha bisogno di sapere altro. Sa bene qual è l’unica sorte possibile per l’amico: “E non puoi fermarti…”, sibila.

 

Titolo originale: Thunderbolt and Lightfoot

Regia: Michael Cimino

Interpreti: Clint Eastwood, Jeff Bridges, George Kennedy, Geoffrey Lewis

Durata: 115′

Origine: Usa 1974

 

Giovedì 30 marzo, ore 18.40, Rai Movie