(unknown pleasures) "Red State", di Kevin Smith

red stateUn invitante annuncio su Internet, e tre liceali (Michael Angarano, Nicholas Braun e Kyle Gallner), convinti di partecipare a un’ammucchiata con una milf in pieno stile YouPorn, finiscono ben presto nella trappola di una setta di cristiani fanatici e assassini, nemici dell’immoralità e del peccato altrui. Gli indizi e la rapida premessa da sboccata commedia USA adolescenziale con ambientazione scolastica e autodeterminzazione di ormoni, poi l’improvvisa virata in medias res su un mood totalmente capovolto, dentro un incalzante crescendo di tensione, violenza e morte sotto il segno incontrollato dell’assurdo. Da una parte, rintanati nella loro casa/cappella e armati come un esercito, i fondamentalisti dei Five Points, guidati dall’inquietante predicatore Abin Cooper (Michael Parks) − figura che ricalca per alcuni versi quella dell’omofobo Fred Phelps, pastore della Chiesa Battista di Westboro, in Kansas −, e dall’altra, all’esterno, l’agente governativo Keenan (John Goodman) e i suoi uomini. In mezzo raffiche di pallottole e cadaveri. Fino al Giudizio Universale. O ad altro, magari…

Ecco Red State (2011), titolo che, nell’immediato, poco spazio concede alle sfumature (gli “stati rossi” in America sono quelli a maggioranza repubblicana, di destra, mentre i blue states quelli più democratici), ma che rimanda soprattutto a un clima di caos, incertezza e psicosi collettiva. Camera a spalla e andatura secca, veloce; sbalzi di punti di vista; indole, palpiti e momenti horror, proiettili, pose e sangue action, abbozzo di war movie in una cornice contemporanea e nevrotica da western tradito, depotenziato, grottesco, finto, a travalicare la dicotomia Bene/Male. E, su tutto, la cappa opprimente di uno humour beffardo, nerissimo, incazzato, assai lontano dall’ironia tipica del regista. Qualcosa è cambiato nel cinema orgogliosamente, e giocosamente, sghembo e irregolare di Kevin Smith? “Ho fatto molti film su Jay e Silent Bob. Per quasi tutta la mia carriera ho fatto queste cose e, dopo un po’ che le fai, ti viene voglia di provare qualcos’altro”. Dichiarazioni del 2011, a irrobustire le motivazioni della genesi del film, quando il cineasta statunitense affermava anche che, prima dell’addio alla regia cinematografica, ne avrebbe diretto solo un altro ancora, sul mondo dell’hockey, Hit Somebody, nel frattempo concepito invece come miniserie televisiva. Qualche mese fa, poi, il suo annuncio sui social network circa l’avvio della scrittura di Clerks 3, sceneggiatura oramai ultimata ma ancora priva di una produzione disposta a portarla sullo schermo. Un definitivo ritorno alle origini, a vent’anni dall’esordio e dopo il secondo capitolo già “maturo” firmato nel 2006, e poi fine, come ha ribadito il regista? Vedremo.

Del resto Kevin Smith è sempre Kevin Smith, ma anche uno che consapevolmente “ci fa” parecchio. E comunque, vada come vada, Red State, lavorazione lunga e faticosa, operazione ben oltre il semplice divertissement feroce limitato a risucchiare l’anarchia di Quentin Tarantino o l’attitudine dei fratelli Coen più cupi, riferimenti citati dal regista, è già un film (inaspettato) che necessariamente si pone a margine, un’istantanea alterata, la fisionomia di una sorta di doverosa, sentita, postilla in immagini. E si colloca in un posto particolare nella filmografia di Smith, dopo il suo film non più brutto (che resta Jay and Silent Bob… fermate Hollywood, 2001) ma forse meno personale, l’unico suo scritto da altri, Poliziotti fuori – Due sbirri a piede libero (2010), quando invece con Zack & Miri – Amore a… primo sesso (2008), diverso eppure vicino agli umori sfaccettati della trilogia del New Jersey, in particolare a quelli di In cerca di Amy (1997), era riuscito ad aggiornare ed affinare estetica, tecnica e racconto, individuando in Seth Rogen un alter ego esemplare, assai aderente e permeabile al suo mondo espressivo e narrativo.
Red State accorda al cinema di Smith una (momentanea?) torsione precisa che era stata soltanto accennata, e per altre, lontane vie, leggere e felicemente pasticciate, nella satira antireligiosa di Dogma, film del 1999 inviso in patria ai cattolici più intransigenti e distribuito in Italia soltanto nel 2003 non senza sforbiciate censorie. Dio, qui, invece, non ha più le fattezze dolci di Alanis Morissette, è quello cercato da una devotissima e schizzata Melissa Leo e raccontato da Cooper/Parks ai suoi seguaci: “Aborre l’immorale. Lui aborre coloro che ignorano i suoi retti insegnamenti (…). Dio non vi ama. A meno che non lo temiate”. In aggiunta: prega, spedisci i peccatori all’inferno e andrai in paradiso. Ma almeno Kevin Smith, al momento, resta ancora con noi.