VENEZIA 69 – “Izmena (Betrayal)”, di Kirill Serebrennikov (Concorso)

IzmenaUn uomo e una donna cominciano a frequentarsi, ma per le motivazioni più assurde che si possano immaginare. I rispettivi coniugi hanno una relazione. E allora cosa fare? Come immaginare la vendetta? Come rielaborare il dolore, il tradimento?

Serebrennikov, vincitore della prima edizione del Festival di Roma con Playing the Victims, blocca la potenziale esplosività di una storia mélo-thriller, tenendone a freno l’ebollizione in una forma controllata e in un’atmosfera sospesa. Certo, non manca di mostrare la sensualità, concentrandosi su una scollatura, su un sospiro, un gemito di desiderio e di piacere. Ma tutto è ripreso a un livello superficiale, a fior di pelle. È come se lo sguardo non volesse entrare davvero nell’agitazione profonda, smodata dei personaggi, ma preferisse piuttosto agire sull’esterno, come un rasoio. Estrema visibilità dei corpi, dei gesti, dei movimenti, dei tentennamenti, dunque. Ma anche la chiara percezione di come, per ogni scena e azione, ci sia sempre un margine inespresso, qualcosa d’indicibile, non inquadrabile. Ed è su questo margine, su quest’ellissi che Serebrennikov fonda il senso del suo discorso. A dispetto dell’incidente iniziale, sovraesposizione scioccante, il resto è un gioco a togliere. I corpi già a terra, ma la dinamica? È quella mostrata dopo, certo, ma solo in parte. E cosa accade a Lui? A cominciare dai nomi dei personaggi, è una questione di mancanze, di buchi, bolle d’aria. E il tempo cambia in un batter d’occhi, come un abito dismesso, un capello bianco improvviso.

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Certo, tra soluzioni e simbolismi d’impronta teatrale si fa strada la sensazione di un eccesso, di un compiacimento che non sempre trova le ragioni delle sue scelte. Serebrennikov finisce per disperdersi in una prolissità narrativa, a dispetto di quell’economia del visibile di cui vuol dar prova. Eppure, forse, è proprio in questo contrasto il fascino maggiore di Betrayal. Da un lato il nulla, dall’altro il sovraccarico, da un parte il fuoricampo, dall’altra il gioco dei riflessi (l’acqua della piscina, lo specchietto retrovisore). Come in una sorta di In the Mood for Love di ghiaccio, dove l’essenziale non è il tempo che ci manca, la struggente malinconia della perdita, quanto la nitida definizione della nostra inettitudine a dar forma ai desideri e soddisfarli. Incapacità che ha una connotazione sociale ben precisa, se si guarda all’aspetto esteriore della vita dei protagonisti. Il fallimento del matrimonio, clausola di rescissione del contratto scritta nell’afasia della passione. E il tradimento come inutile, modesto risarcimento.

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