#Venezia72 – The Return, di Green Zeng

Presentato alla Settimana della Critica, il primo lungometraggio del regista Green Zeng è un’opera semplice nello stile ma pregna di contenuti, che riflette sul passaggio del tempo, sul senso del sacrificio ed il peso di determinate scelte. Il minimalismo di Zeng combacia con la limpidezza d’intenti del film, che stupisce per la totale assenza di retorica o sottolineature melodrammatiche, ed emoziona nella sua ricerca dell’essenziale. The Return nasce come una summa di storie vere raccolte dal regista di Singapore, che ha condotto un lavoro storiografico alla ricerca di testimonianze da parte di ex detenuti, incarcerati negli anni ‘60 con l’accusa di essere comunisti. In questo modo Wang, protagonista del film, ha preso forma dalla combinazione di personaggi reali, come spiega il regista stesso al termine della proiezione. Se nelle primissime scene Zeng effettua un salto temporale di almeno cinquant’anni, da lì in poi il tempo della visione rallenta tramite lunghi piani sequenza, dilatando il film in un flusso che combacia con i ritmi del protagonista, uscito dal carcere, mentre osserva una città irriconoscibile, e tenta di rimettere assieme i pezzi della sua vita. Rifiutandosi di firmare una confessione fasulla, Wang si è auto condannato ad un allungamento della pena, e se tale decisione è stata a suo tempo accettata dalla figlia e dalla moglie, deceduta mentre lui era in carcere, recuperare il rapporto con un figlio cresciuto nel rancore, diviene per Wang una penosa battaglia quotidiana. In tal senso il film si sviluppa seguendo il suo tentativo di rinsaldare gli affetti e godere di ciò che rimane, senza soffermarsi sulle ingiustizie subite. Ma se l’animo del protagonista è pacificato con il suo passato, nei sogni la angoscia lo assale, tramite le immagini delle torture subite. Seguendo le parole stesse del regista, The Return si configura gradualmente come un film sull’immolazione, imposta non solo a Wang ma a ognuno dei membri della sua famiglia, ed in tal senso, in quanto vittime sacrificali, sono da interpretare i riferimenti cristiani di cui è cosparso il film. La coerenza con le proprie decisioni, il perdono e l’amore per il prossimo non preservano i protagonisti del film dal dolore, e l’intento del regista in questo senso non è affatto quello di rassicurare, quanto piuttosto di porci di fronte alla sua inevitabilità.