#Venezia73 – L’estate addosso, di Gabriele Muccino

C’è una sequenza con i due giovani protagonisti italiani, Marco e Maria, che prendono il sole flirtando tra di loro su di una spiaggia di San Francisco. Ad un certo punto qualcuno urla “Balena! Balena!” e i ragazzi strillano tutto il loro stupore davanti al maestoso cetaceo che appare all’orizzonte tra le onde della Baia, elemento intruso e di probabile intervento in post che interrompe le scaramucce amorose e la tensione latente nella coppia di personaggi.


Ecco, Gabriele Muccino continua ad essere un personaggio ingombrante all’interno dell’insieme dei registi italiani in attività, proprio come la balena di quella sua sequenza. Molti vorrebbero far finta di non accorgersene, ma è difficile non notarlo quando spunta in superficie.
L’estate addosso è da questo punto di vista tra le uscite recenti del cineasta quella più pachidermica, appunto, incastrata tra cinque-sei ambientazioni diverse – oltre a San Francisco, New York, Roma, Kansas City, Cuba e un frammentino a New Orleans – e una battaglia estenuante di andirivieni e incroci di attrazione erotica frustrata tra i due turisti capitolini e la coppia omosessuale di Paul e Matt lungo un mese di vita libera a spassarsela da dreamers e a scambiarsi riflessioni di misticismo dalla grana squisitamente social.

Narrativamente è un Muccino sfrenato, sfacciato e bulimico come non mai, con voci narranti che discettano della paura della morte, flashback multilingue che intessono sottotrame parallele, 18enni morigerate e caste della Roma bene alla ricerca delle gioie del sesso e della provocazione, e un nuovo loser come non se ne vedevano da tempo nelle sue storie che deve accontentarsi di masturbarsi su amplessi immaginari e messi in scena senza vergogna con inserti hot in zona addirittura Gaspar Noé. Come comportarsi davanti a uno sforzo del genere, che rispolvera anche la mdp isterica a braccare gli attacchi di nervi dei personaggi come negli sbrocchi di culto del Muccino prima maniera?
Anche se a conti fatti siamo di fronte alla versione più programmaticamente softcore di un Vanzina collegiale nello stile anche dell’ultimo straordinario Miami Beach, dall’altro lato è innegabile la fin troppo spudorata libertà con cui il regista porta avanti con caparbietà un progetto simile…eppure.

Eppure per tutta la visione è sempre presente un senso latente di qualcosa di rotto all’interno del meccanismo, di scomposto (l’aggettivo definitivo sul cinema di Gabriele Muccino?), di stonato: la percezione che tutta questa libertà anche morale sia solo apparente, come al solito strillata, spalmata sulla superficie delle immagini come il quintale di musica catchy per nascondere il pensiero che decisioni di vita come quelle che il film racconta possano andare bene solo come parentesi, “bolle” sospese d’estate, colpi di testa momentanei prima di tornare sulla retta via.
Di quelle estati obbligatoriamente disimpegnate in cui qualunque istanza del presente è categoricamente vietata, come in un’altra sequenza-chiave in cui Marco a cena viene zittito dopo un’esaltazione condivisa dell’italian style perché inizia a far notare che Italia vuol dire anche “mafia, corruzione, crisi economica” (!).
Nell’assenza di presente delle storie di Gabriele Muccino risiede il peso intollerabile e più pericolosamente reazionario di questo cinema leggero.