#Venezia75 – Zan (Killing), di Shinya Tsukamoto

I samurai secondo Shinya Tsukamoto. E pertanto addio ai coreografici campi lunghi di Kurosawa e affini e via libera all’inquadratura a mano, tellurica ed entropica, schiacciata sui primi piani o sui dettagli delle mani, delle spade, delle ferite. Siamo dentro ai combattimenti, alle carni squartate, ai movimenti velocissimi dei corpi, delle immagini, dei suoni. Siamo dentro al cinema di Tsukamoto insomma, che torna alla regia a distanza di quattro anni dal war movie Nobi. Nel frattempo l’attore e cineasta giapponese ha anche recitato in Silence di Scorsese, marchiando una delle sequenze più importanti del film, quella della crocifissione in mare. Chissà se l’esperienza scorsesiana non abbia influito in qualche modo nella genesi di questo Zan che si pone in primo luogo il dilemma morale della violenza e dell’uccidere, cercando anche di intercettare un’astrazione più contemplativa del solito. “Come fai a uccidere la gente? Io non sono capace” dice Mokunoshin a Sawamura, che pur essendo dalla parte dei più deboli non si fa scrupoli a eliminare briganti e avversari. Sawamura vuole assoldare Mokunishin per ripulire il Giappone dai ronin fuorilegge. Alla metà del XIX secolo infatti il Paese è piombato nel caos e nella povertà e Sawamura ha intenzione di assoldare un esercito di eletti. Mokunoshin pur essendo un samurai dalla grande tecnica non è d’accordo e non crede nella vendetta.

Tre, quattro personaggi. Un villaggio. Una fuga che diventa quasi una sorta di cammino ascetico. E poi l’amicizia tra i due samurai che diventa sfida ossessiva, scontro a due con il solito formato breve (80’) e rapidissimo made in Tsukamoto. Gli spargimenti di sangue sono però più diradati rispetto ad altre opere del cineasta giapponese, che qui sembra davvero interessarsi di più al dilemma morale e alla resistenza pulsionale e spirituale di Mokunoshin all’atto di uccidere. Il finale cupo e con tanto di soggettiva fantasmatica dentro la penombra di un bosco che sembra già un inferno di ombre è bellissimo e innalza un film che, a tratti, sembra meno esplosivo e intenso di altre opere del regista, qui come sempre autore anche di montaggio, fotografia e sceneggiatura. Come sempre abbiamo davanti un materiale da godere e sentire tutto d’un fiato. Ma è una storia che forse necessitava di più tempo, più spazio, più aperture prospettiche, forse persino più malvagità. È strano. Viene appena il sospetto che stavolta lo Tsukamoto filmaker e lo Tsukamoto narratore morale si siano annullati reciprocamente. Che poi mezza sequenza di Zan viaggi ancora su una sfera sensoriale ed espressiva superiore a gran parte della produzione contemporanea lo sappiamo. E non da oggi.