We’ve just been Banksy-ed

Il 24 Maggio del 2014 il Subcomandante Marcos annuncia la sua “morte mediatica” con queste parole: La mia immagine pubblica è diventata una distrazione. Il mio è stato un travestimento pubblicitario” ed aggiunge: “esiste ormai una generazione che può guardarci in faccia e ascoltarci e parlarci senza attendersi né una guida, né una leadership, che non pretende né di sottomettersi, né di seguire un capo”.

Il 5 ottobre 2018 il celebre artista e writer inglese noto come Banksy riporta la propria immagine mediatica al centro dell’attenzione innescando un dispositivo che distrugge una sua opera appena battuta all’asta da Sotheby’s per oltre un milione di sterline (“We’ve just been Banksy-ed” è stato il commento di Alex Branczik, direttore di Sotheby’s). Il giorno successivo Banksy rivendica l’azione pubblicando su instagram un video dell’accaduto e del precedente inserimento del congegno all’interno del quadro.

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Cos’hanno in comune Marcos e Banksy? Intanto la cosa più ovvia: la scelta dell’anonimato, di più, la scelta di usare la propria (non) immagine come arma mediatica. In un certo senso, anche il nemico è lo stesso perché se per il primo il nemico diretto era lo Stato messicano che impoveriva le regioni rurali del paese consentendo lo sfruttamento delle sue risorse da porte delle multinazionali, e per il secondo il nemico (apparente) è il mondo dell’arte contemporanea che mette il cartellino del prezzo su qualunque cosa: in realtà, per entrambi il vero nemico è il “turbo-capitalismo”[1] che, anche in occidente, ha completamente ridisegnato il mondo del lavoro ed aumentato la sperequazione sociale.

Ma le differenze tra i due “rivoluzionari” sono altrettanto importanti ed evidenti. La guerriglia del Subcomandante Marcos era una battaglia vecchio stile, di quelle combattute con le armi da fuoco per la conquista (o la liberazione) di territori reali (oltre che di diritti): in pratica, un residuo del XX secolo. Quella di Banksy è una guerriglia su scala planetaria (perché è a questo livello che agisce il turbo-capitalismo) che sostituisce le armi da fuoco con i messaggi sui muri (ma, ancor di più, la loro capillare diffusione attraverso i social). Perché, se è vero come è vero, che il turbo-capitalismo fonda molto del suo successo su una pervasiva comunicazione dall’alto, allora la risposta non può che essere una comunicazione dal basso che punti ad essere altrettanto incisiva.

Vivi in città e tutto il tempo ci sono segni che ti dicono cosa fare e cartelloni che cercano di venderti qualcosa. E ho sempre pensato che fosse giusto controbattere un po’, suppongo. Quella delle città non dovrebbe essere solo una conversazione a senso unico.”[2][Qualcuno ha pensato a Carpenter?]

Allora, forse, Banksy è davvero una delle incarnazioni del rivoluzionario del XXI secolo.

Banksy[3] inizia la sua attività alla fine degli anni ’90 a Bristol, ma ben presto si trasferisce a Londra e da lì in poi i suoi muri diventano quelli di tutto il mondo. Oggi, dopo oltre vent’anni di attività su scala mondiale[4], sempre con l’obbiettivo di catalizzare (con le sue opere) l’attenzione mondiale sui problemi sociali, denunce umanitarie e (appunto) “smascheramento” dei meccanismi capitalistici, si può arrivare a concludere che, quello che interessa Banksy non sono (più) le sue opere, ma le idee dietro di esse. L’arte, nelle mani di Banksy, abbandona definitivamente il supporto dell’opera concentrandosi, quindi, sull’effetto mediatico che l’opera crea ed attraverso il quale l’idea (la critica sociale) che incorpora riesce ad arrivare a più persone possibili. In quest’ottica la massificazione capitalistica delle sua opere (il fatto che siano acquistate dalle star di Hollywood, o anche il paradosso capitalistico per cui la sua opera “autodistrutta” abbia immediatamente raddoppiato il suo valore) non è un controsenso o il cedimento alle leggi del mercato (e neanche una perfida strategia di marketing delle proprie opere per biechi fini commerciali, come alcuni detrattori insinuano) ma l’effetto studiato di una campagna molto lucida di “opinion making”.

Forse, l’unica guerra combattibile oggi è quella “mediatica”, forse l’unica arma a disposizione dei rivoluzionari del XXI secolo è quella dell’immagine, nella speranza di far crescere (per usare le parole di Marcos) una generazione che può guardarci in faccia e ascoltarci e parlarci senza attendersi né una guida, né una leadership! E, a giudicare dall’eco mediatico che la sua ultima impresa ha ottenuto, non si può certo dire che sia una strategia sbagliata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non è secondario, infine, che forse anche grazie alla notorietà di Banksy, sia nata in Italia una generazione di street artists nostrani che stanno contribuendo alla riqualificazione delle periferie urbane, basti pensare a Blu o a Jorit Agoch, oppure che utilizzano la street art per fare satira politica, come Tvboy.

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Dal punto di vista economico il periodo attuale è caratterizzato dall’esistenza di un capitalismo che non è più minacciato da un’ideologia che ne nega la legittimità e non è più limitato nella sua azione dal frapporsi di frontiere. Luttwak chiama questo capitalismo globale “turbo-capitalismo” o terzo capitalismo, poiché segue il primo della rivoluzione industriale e il secondo del welfare State. [Edward Luttwak, fonte Wikipedia]

[2] Da un’intervista a The Sun del 2010 http://www.ziguline.com/banksy-a-parole-sue-traduzione-dellintervista-apparsa-sul-thesun/#

[3] Chiunque egli sia, benché l’ipotesi più probabile è che non si tratti di una sola persona ma di un collettivo che comprende anche, probabilmente, Robert del Naja dei Massive Attack.

[4] Nel Regno Unito, naturalmente, e poi negli USA, ma anche a Calais per la crisi dei migranti ed a Gaza, dove, oltre ad una numerosa serie di murales ha anche aperto un Hotel “vista muro”, fino ai quartieri spagnoli di Napoli in cui ha raffigurata una delle classiche Madonne votive della città con lo sguardo contemplativo rivolto non verso Dio, ma verso una pistola.