Zlatan, di Jens Sjögren

La giovinezza della leggenda svedese non riesce mai a farsi vero racconto di formazione, rimanendo sempre nel territorio dello storytelling celebrativo, tanto spinto da ottenere l’effetto contrario

Nel periodo in cui Zlatan Ibrahimovic gioca al Manchester United, lo intervista un’altra leggenda del calcio, Thierry Henry. Sono in un campo di allenamento al chiuso, con i muri affrescati con le leggende che hanno fatto la storia dei Red Devils: George Best, Eric Cantona, Cristiano Ronaldo… Non c’è però il campione svedese e Thierry glielo fa notare, quasi beffardo. Zlatan risponde con la sua notoria umiltà: “È perché non sanno ancora che aspetto abbia Dio”. Così, anche la prima inquadratura di Zlatan ne riprende solamente le spalle, quelle del suo interprete Granit Rushiti, senza mostrarne il viso. Lo segue nel campo d’allenamento dell’Ajax, all’epoca ha 17 anni e la sua carriera sta per decollare con un gol leggendario.

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Non è il volo, però, che interessa il regista Jens Sjögren, visto che fa cadere il cognome di Zlatan dal titolo della biografia scritta nel 2011 da David Lagercrantz a cui Zlatan si rifà. Si torna, così, subito alla giovinezza di Ibrahimovic, al quartiere periferico di Malmö nel quale è cresciuto badando praticamente a sé stesso. Lo Zlatan di 11 anni ha difficoltà a scuola, un carattere forte, una lingua lunga e sta pensando di lasciar perdere con il calcio. Vive con sua madre, un’umile cameriera immigrata divorziata dal marito, un uomo coriaceo e spigoloso anche con i figli. Nonostante questa sua asprezza, è lui quello che crede di più nel figlio, ricordando a tutti come il suo nome voglia dire “oro” e incoraggiandolo ad “ascoltare, ma non ascoltare”, come a dirgli di imparare dagli altri, ma di fare sempre di testa sua.

Sono personaggi, questi, solamente di contorno, privi di ogni spessore. È il protagonista che cannibalizza Zlatan, l’unico dio al di fuori del quale il film non esiste. Che infatti è incapace di dire qualsiasi cosa sui contesti che rappresenta, che sia il quartiere difficile, la scuola dove si sente un pesce fuor d’acqua o il mondo del calcio. Come in un mosaico un singolo tassello non ha alcun senso se non in funzione del tutto, non c’è niente che possa avere un significato se non riportato alla figura del futuro calciatore.

Zlatan assume così le sembianze di un racconto di formazione distillato, ma come l’acqua senza minerali non disseta, non c’è lezione morale da imparare dall’illustrazione di un’etica personale. La narrazione si fa così piatto storytelling, una semplice cronaca che passa in rassegna degli accadimenti che vorrebbe componesse automaticamente il trionfo della volontà di essere il migliore, nonostante tutto e tutti, anche sé stessi. Un fine celebrativo portato avanti con così eccessivo zelo che paradossalmente porta al risultato opposto e, quando partono i titoli di coda, al pensiero che il giovane protagonista sia stato solo fortunato che il talento naturale abbia supportato la sua parlantina.

 

Titolo originale: I am Zlatan
Regia: Jens Sjögren
Interpreti: Granit Ryshiti, Emmanuele Aita, Cedomir Glisovic, Håkan Bengtsson, Dominic Andersson Bajraktati, Merima Dizdarevic, Björn Friberg
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 100′
Origine: Svezia, Danimarca, Olanda 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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