"Il tempo che ci rimane", di Elia Suleiman

L’inizio è folgorante. Per concentrazione narrativa e di messa in scena. E nel succedersi degli eventi, e nella ripetizione dei gesti di alcuni personaggi, il film incontra la resistenza palestinese oggi e un tempo sempre più im-mobile, come il corpo silenzioso del regista che, in campo, porta ancora una volta su di sé l’espressione dello straniamento e di inattesi, geniali punti di sosta e di fuga. In concorso a Cannes 2009

the day that remainsL’inizio è folgorante. Per concentrazione narrativa e di messa in scena. L’interno di un bagagliaio vuoto che si affaccia su un muro con il poster di un’immagine turistica del Medio Oriente. Una valigia depositata. L’avvio di un viaggio che, avverte il taxista ai colleghi via radio, non sarà breve. Il passeggero è seduto nell’ombra, i lineamenti quelli del regista Elia Suleiman. La pioggia improvvisa, che diventa ben presto temporale impietoso e nebbia diffusa, impedisce la continuazione del viaggio. E ospita la prima dissolvenza a nero che, come le altre che seguiranno, segna passaggi temporali e storici, senza che essi siano evidenziati da didascalie e date. Quello che ha inizio, da quello spostamento bloccato e da quella dissolvenza, è un percorso, classico e sperimentale, politico e poetico, privato e collettivo, nella storia della Palestina e del suo popolo, dal 1948 a oggi. Percorso in quattro tappe storiche, che i titoli di coda ricordano: 1948, appunto, e poi 1970, 1980, oggi.

Elia Suleiman non solo appare, come già nei suoi lavori precedenti, anche come attore con la sua consueta figura im-mobile, ma in nome e cognome, perché The time that Remains, in concorso a Cannes 2009, racconta la tragedia palestinese attraverso le vicende di una famiglia che è quella del cineasta. E la racconta, la storia della catastrofe palestinese dalla creazione dello stato d’Israele, con un’opera che cambia segno con il cambiare dei periodi storici sui quali si sofferma. E se sempre piu’ nell’avvicinamento all’oggi e nel tempospazio sospeso dell’assente-presente le inquadrature di Suleiman riaffermano con precisione la poetica del regista, quella dai gesti astratti e surreali e di devastante umorismo su cui si fondano i suoi capolavori precedenti Cronaca di una sparizione e Intervento divino, le parti più storiche di The Time that Remains sono costruite con un’intensità di cinema classico che l’opera di Suleiman finora non conosceva, pur ospitando istanti di sospensione surreale (i soldati seduti davanti a una casa, la strada accanto, il militare che passa disorientato…) che richiamano fin da subito il primo lungometraggio del regista.

Suleiman, nella parte dedicata al 1948, costruisce scene memorabili: interni di case abbandonate in tutta fretta dai palestinesi e ancora vive, come una sala da pranzo con la tavola ancora apparecchiata ; il campo di ulivi con i palestinesi arrestati costretti a rimanere in ginocchio bendati, luogo dove viene portato anche il padre di Suleiman. E nel succedersi degli eventi, e nella ripetizione dei gesti di alcuni personaggi (l’anziano che vuole darsi fuoco, il bambino Suleiman che a scuola dice che gli Stati Uniti sono imperialisti, i due pescatori notturni…), il film incontra la resistenza palestinese oggi e un tempo sempre più im-mobile, come il corpo silenzioso del regista che, in campo, porta ancora una volta su di sé l’espressione dello straniamento e di inattesi, geniali punti di sosta e di fuga. Di fronte al muro costruito da Israele (che appare anche da una televisione in una stanza dell’abitazione di un tempo ritrovata da Suleiman, tv che trasmette qualche immagine del magnifico documentario di Simone Bitton Le mur), Suleiman inventa uno degli sketch più geniali e politici di tutto il suo cinema, prende la rincorsa e da atleta di salto con l’asta lo scavalca! Perché bisogna continuare a lottare, a inventare forme di resistenza. Perché, in un film pieno di canzoni usate con profondo senso diegetico, bisogna continuare a rimanere vivi, come ci ricorda sull’ultima inquadratura e sui titoli di coda ancora una canzone, una versione rifatta di Staying Alive.

Titolo originale: The time that remains
Regia: Elia Suleiman
Interpreti: Elia Suleiman, Saleh Bakri, Amer Hlehel
Distribuzione: BIM
Durata: 105'
Origine: Francia, 2009

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