Scoprendo Forrester

Titolo originale: Finding Forrester
Regia: Gus Van Sant
Sceneggiatura: Mike Rich
Fotografia: Harris Savides
Montaggio: Vladis Oskarsdottir
Musica: Bill Frisell
Scenografia: Jane Musky
Costumi: Ann Roth
Interpreti: Sean Connery (William Forrester), Robert Brown (Jamal Wallace), F. Murray Abraham (prof. Robert Crawford), Anna Paquin (Claire Spence), Busta Rhymes (Terrell), April Grace (Ms. Joyce), Michael Pitt (Coleridge), Michael Nouri (dott. Spence), Richard Easton (Matthews), Glenn Fitzgerald (Massie)
Produzione: Sean Connery, Laurence Mark, Rhonda Tollefson per Columbia Pictures Corporation/Fountainbridge Films/Laurence Mark Productions
Distribuzione: Columbia Tristar Films Italia
Durata: 136'
Origine: Usa/Gran Bretagna, 2000

Genera e si rigenera il cinema di Gus Van Sant, ritrovatosi miracolosamente in bilico tra indipendenza e diligenza al dettato delle major hollywoodiane, quieto figlio ribelle di un cinema che riconosce la famiglia d'appartenenza ma se ne adegua solo per quel po' che gli conviene. Riproducendo curiosamente quello che è poi il destino dei suoi personaggi, figli illegittimi di un immaginario melanconicamente senza radici, in cerca di un'appartenenza che non vogliono e in perdita di un'identità che non trovano.
Non è un cinema di papà, quello di Van Sant, ma di sicuro è un cinema di genitori, nel bene e nel male, tant'è vero che il film che dichiaratamente l'ha spinto a fare cinema è quel capolavoro singolare di Robert Redford che fu Gente comune (altri tempi!). E ora guardate un po' questo suo nuovo film, così dichiaratamente scritto nel nome del padre, sorta di remake parallelo di Will Hunting genio ribelle, sì insomma, generato e non creato all'ombra di un giovane genio (questa volta nero) che "per rendersi le cose più semplici, tiene le sue abilità e i suoi interessi nascosti ai suoi amici", come dice lo stesso regista. Un film controverso per destino: prodotto dal suo stesso interprete, Sean Connery, e giunto lo scorso febbraio in Concorso al Festival di Berlino orfano del suo padre/regista, molto probabilmente in segno di polemica per qualche ingerenza di troppo del cocciuto scozzese. Che, del resto, in conferenza stampa non aveva negato né confermato.
E d'altro canto il conflitto creativo, la tensione tra padri che danno e figli che ricevono (sapere, possibilità, consigli, ordini...) è parte integrante del film, visto che racconta del rapporto impropriamente genitoriale che s'instaura tra uno scrittore di fama che preferisce il ritiro e un adolescente nero dalle innate doti letterarie. I due s'incontrano per caso: il ragazzo, Jamal, gioca a basket coi compagni sotto la finestra dello scorbutico scrittore, William Forrester, una sorta di Salinger già Premio Pulitzer e oggi nient'altro che un'inquietante ombra dietro una finestra, alla quale i ragazzi guardano come a una specie di "mostro". La sfida nata da una scommessa spinge e costringe Jamal ad entrare di nascosto in quella casa: la fuga precipitosa di fronte all'ombra dell'uomo gli fa dimenticare lo zaino coi quaderni sui quali il ragazzo scrive i suoi racconti. Lavoro perso? Macché: un giorno la finestra dello scrittore si apre e lascia cadere ai piedi di un incredulo Jamal lo zaino con i quaderni: tutti chiosati da Forrester in termini entusiastici... Praticamente un invito ad andarlo a trovare.
Di qui in poi sarà un crescendo di complicità, trovata dai due tra le pieghe della diffidenza brontolona del bisbetico scrittore e le scaltre divagazioni del dotato ragazzo nero, destinato a una fuga dal "ghetto" in ragione del suo talento. Non prima d'aver subìto, affrontato e superato l'ostacolo di un altro "padre", questo cattivo, però: il professore del prestigioso college, che giudica suo malgrado Jamal un ribelle e finanche un truffatore, visto che, a fronte della qualità della sua scrittura, lo accusa di plagio.
Intanto il film scrive la sua parabola sui talenti e sui parenti inarcando le ossessioni del cinema di Van Sant con sublime precisione "autoriale". Ritrovando la traccia di un "cinema padre" affrontata a faccia aperta nell'ardito "oltraggio" di ricopiare l'Hitchcock di Psycho (è quello che farà Jamal con Forrester, rischiando la giusta punizione se a salvarlo non giungesse, appunto, il padre oltraggiato...) e comunque e sempre percorsa dal suo sguardo: pensate appunto a Will Hunting e alla sequenza dell'abbraccio tra il protagonista e lo psicologo, ripresa pari pari da Gente comune. E pensate soprattutto alla geniale comparsata di Matt Damon nei panni di un giovane avvocato, chiamato a ribaltare la fuga finale del suo "genio ribelle" nella consegna di un lascito paterno che affida il giovane Jamal a uno statuto di figlio tutto sommato scomodo, o almeno improprio.
E se il dissidio tra il "padre/produttore" Sean e il "figlio/regista" Gus vertesse proprio su questo punto?
Massimo Causo

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