#Berlinale68 – Incontro con Laura Bispuri e il cast di Figlia mia

Il film di Laura Bispuri – Daughter of Mine recita il titolo internazionale – come dice lei stessa è una parabola, un viaggio complesso che crea una sfida che per certi versi ricorda un western, declinato al femminile, un accostamento che la regista accetta con un sorriso, quanto le viene proposto il paragone con Johnny Guitar e Duello al sole durante l’incontro ristretto con la stampa italiana di stamattina. Racconta di un avvicinamento che quasi è emerso da solo durante la scrittura con un risultato a volte anche involontario. La sfida è in quello che viene anche definito un balletto ad intervalli incrociati.

Rispondendo invece sulla presenza della soap all’interno del film come replica del racconto rivista con le caratteristiche di un feuilleton, esclama stupita:Sono contenta che qualcuno l’abbia notato. Questo aspetto in fase di stesura della sceneggiatura aveva molto più spazio, uno spazio che poi si è poco a poco ridimensionato, con il rischio concreto potesse essere ridotto ad un particolare e passasse inosservato. Sono davvero felice non sia stato così!”

Il dato che la Bispuri tende più volte a rimarcare è quello della preparazione meticolosa nella ricerca dei luoghi adatti a girare e dell’enorme importanza che riserva alla scrittura:Sono passati due anni di approfondimento per conoscere l’isola. La scelta della Sardegna è stata istintiva, mi aveva catturato l’atmosfera, è un posto con un’identità molto forte che ha a che fare ovviamente con l’interno ma anche con l’esterno, con una continua ricerca anche al di fuori. A questo lavoro preparatorio segue la scrittura segnandola fortemente.”

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Sara Casu interpreta Vittoria

Parlando della tecnica, le piace ricordare l’uso di lunghi piani sequenza con la camera a mano, che utilizza per la capacità di sporcare e non per il particolare vacillare. E l’adozione di una luce calda, una grossa cifra distintiva per ricreare l’atmosfera intima e sentimentale della trama. Una contaminazione tra interni ed esterni difficile da ricreare.L’origine dell’idea risale a molto tempo addietro e nasce dalla confessione di una mia amica che mi disse che avrebbe preferito essere adottata da un’altra madre, una frase che mi colpì molto e sulla quale cominciai ad esplorare. Si parte da qualcosa di ancestrale ed antico per arrivare a delle domande universali e contemporanee.”

Niente di più antico e profondo può rintracciarsi della figura della madre che viene decostruita intaccandone la cornice perfetta per sostituirle con mamme inadeguate e che nei loro difetti appaiono molto più belle. “Volevo che i personaggi scendessero sempre più giù per dare poi all’immagine finale di Vittoria una massiccia dose di speranza, una peculiarità delle donne forti.”

Così come sono forti le due protagoniste Valeria Golino e Alba Rohrwacher con le quali si è stabilita un legame dai tratti familiari. La Golino ricorda che “sul set si godeva davvero di spazi di grande libertà, ed io anche se ero in fondo l’ultima arrivata, non mi sono mai sentita emarginata.” Per la Rohrwacher le cose sono state più facili perchè fin dai tempi di Vergine giurata conosceva il metodo di lavoro della Bispuri e quindi riusciva ad abbandonarsi nelle sue mani senza timore: “Con Valeria e Laura abbiamo instaurato una sorellanza, franco e sincero. Conoscendo già l’ambiente sono riuscita anche a compiere delle scelte rischiose, che soltanto riponendo totale fiducia nella regista sei portata a compiere.”

Nel gioco dei richiami viene un’immancabile domanda sulla vicinanza del cinema della Bispuri al Neorealismo, cosa che per la regista è come una lusinga. E infatti precisa: “Qualche tempo fa una persona diede due definizioni sul mio lavoro. La prima è che faccio un cinema fisico, e mi sembra particolarmente attinente. Quanto al Neorealismo lui aggiunse l’aggettivo disegnato, infatti cerco sempre di fare attenzione alla realtà iscrivendola sempre dentro qualcosa di strutturato“.