Come ti ammazzo il bodyguard, di Patrick Hughes

È difficile ipotizzare che Patrick Hughes potrà mai fare un film memorabile e sarebbe audace prevedere una sua scalata tra i grandi nomi hollywoodiani. Del resto, la sua collaborazione con la Millennium Film gli ha precluso le porte di una vera e propria produzione americana. L’abitudine della società associata alla Summit/Lionsgate è quella di cercare location che garantiscano il minimo dei costi. The Expendables 3 era girato dove le missioni richiedevano la presenza dei mercenari di Sylvester Stallone e The Hitman’s Bodyguard è ambientato tra la Gran Bretagna e l’Olanda. Eppure, anche nel suo nuovo film c’è una qualità che emergeva sin dall’incoraggiante esordio di Red Hill.

Il regista australiano sa lavorare su una piccola idea e sa costruirci sopra un film dignitoso senza lasciare la sensazione di aver spremuto troppo l’intuizione di partenza. La sceneggiatura di Tom O’Connor era stata recuperata dal purgatorio delle black list e il suo approccio drammatico era stato modificato per convertirla alla causa del recente revival del buddy-movie. Il sottogenere era riemerso in tutto il suo esemplare schematismo con Bullett to the Head di Walter Hill ma ha trovato una declinazione più redditizia quando è stato adattato su dei personaggi femminili. Patrick Hughes accetta la tipica linearità scolastica della trama come fosse un valore e non tradisce mai il timore che questa resa gli si possa ritorcere contro. Del resto, si fida senza esitazioni dell’affiatamento tra Ryan Reynolds e Samuel L. Jackson e sa che l’assortimento della coppia vale da solo il successo del film. La sua messa in scena deve solo amplificare il numero e la durata delle situazioni in cui i compagni di viaggio involontari sono obbligati a fare squadra. Inoltre, i due sono costretti per gran parte del film a sopportarsi dentro uno spazio chiuso e ristretto, che sia quello di una safe house oppure quello di una delle tante automobili che devono rubare per raggiungere la loro destinazione. Lo scontro tra la loro differenza di valori e di aspettative rispetto allo scopo finale della loro coabitazione forzata sulla carta dovrebbe fare il resto.

I due attori si sono approcciati con uno spirito ludico corretto e coerente con le intenzioni della produzione e non hanno faticato a rispolverare i momenti migliori delle loro carriere. Samuel L. Jackson è un sicario che fa un uso consumato del torpiloquio ed è perfettamente a suo agio nel gigioneggiare sul suo personale evergreen. Ryan Reynolds è una bodyguard pignola ma la sua dubbia moralità gli consente di riproporre quello che faceva con la maschera indosso in Deadpool. Tutti e due hanno un bagaglio di battute e di contraddizioni che gli permette di arrivare alla fine senza che i loro duetti perdano la loro efficacia. Le loro controparti femminili si prestano al gioco e fanno da cassa di risonanza all’ostilità istintiva tra i due caratteri rivali. Gary Oldman non deve mettere molto del suo talento per interpretare un despota ex-sovietico la cui cattiveria è macchiettistica. I suoi scagnozzi si votano ciecamente al loro ruolo unidimensionale e i loro dialoghi in russo sono il suono incomprensibile della lingua del nemico. Patrick Hughes è molto abile a non far mai calare il ritmo e a non concedere allo spettatore lo spazio per riflettere sulla natura superficiale di quello che sta vedendo. C’è sempre un inseguimento, una sparatoria o un corpo a corpo che tengono il pubblico nella sospensione di infantile ammirazione per il rumore e per la coreografia. The Hitman’s Bodyguard funziona solo dopo aver la condizione preliminare di un intrattenimento ben confezionato ma facilmente dimenticabile.

 

Titolo originale: The Hitman’s Bodyguard
Regia: Patrick Hughes
Interpreti: Ryan Reynolds, Samuel L. Jackson, Gary Oldman, Salma Hayek, Elodie Yung, Tine Joustra
Origine: USA, 2017
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 118′