Logan, di James Mangold

Sembrava giunta al capolinea la saga su Wolverine, il mutante degli X-Men. Dopo il primo spin-off poi l’ha ripresa in mano James Mangold, l’ha rivoltata e se ne è appropriato in pieno come hanno fatto Tim Burton con Batman. Il ritorno e Sam Raimi con Spiderman 2. Dopo lo strepitoso Wolverine – L’immortale anche Logan diventa un passaggio fondamentale dei film tratti dai fumetti Marvel (in questo caso, Vecchio Logan di Mark Millar e Steve McNiven) ed è un elettrizzante condensato del cinema di James Mangold: le ombre noir di Cop Land, l’azione senza respiro di Innocenti bugie, le tracce sentimentali di Kate & Leopold dove recupera il corpo (anche da quel film e non solo dalla saga X-Men) sempre più mutante di Hugh Jackman. In più ritorna nei territori western con Logan/Wolverine ferito e portato nella casa dei ragazzini mutanti su uno sfondo classico che replica l’omaggio di Il cavaliere della valle solitaria di George Stevens visto in tv e l’omaggio a Johnny Cash nei titoli di coda con il brano The Man Comes Around proprio come necessario residuo di Walk the Line. Prima dell’analisi, l’istintivo entusiasmo. Logan è un film pazzesco.

Ambientato in un futuro prossimo, vede il ritorno di Logan/Wolverine che si è separato dagli altri X-Men e col tempo si è visto ridotto il potere di autoguarigione. Si guadagna da vivere come autista e si prende cura del malato Professor X in un luogo nascosto al confine col Messico. Un giorno però una donna gli chiede di accompagnare una ragazzina, Laura, fino al confine canadese. E anche lei possiede dei poteri straordinari.

logan hugh jackmanUn inizio potentissimo, esemplare, alla Michael Mann. Con il protagonista che fronteggia da solo tre criminali e mette già in atto quel continuo attrito corpo-metallo del film forse più cronenberghiano dell’opera di Mangold. Innanzitutto quello di Logan è un cinema che riduce gli effetti speciali al minimo, che riporta nostalgicamente ed efficamente indietro nel tempo i Marvel movies. Poi porta dentro in un mondo continuamente alterato, come il malore/allucinazione di Logan quando avverte il pericolo, dove la stessa immagine diventa tremolante, come una materializzazione visiva di ciò che sta producendo la sua mente e quello che sta accadendo realmente. Un cinema senza più maschere, che si abbandona a quei tramonti che potrebbero arrivare ancora dal film di Stevens o da un film di guerra della Hollywood classica. O ancora da Michael Mann o John Milius. Ma che vira anche verso quella fantascienza allucinata con i cavalli in mezzo alla strada o che altera i punti di vista soggettivi dove Laura con gli occhiali potrebbe essere anche un rimando che arriva da Essi vivono di John Carpenter.

logan hugh jackman patrick stewartL’origine è esibita: il fumetto degli X-Men. Come se l’adattamento/visione si trasformasse in una sorta di work in progress sotto i nostri occhi. Fuori la logica statuaria del cinema di Bryan Singer, del pallido confronto di Gavin Hood. Solo Matthew Vaughn gli ha tenuto testa. Ma la forza di un film è quando un cineasta si appropria della saga (tra i produttori c’è anche Stan Lee) mantenendone l’anima e poi cercando sempre nuove strade. E il rapporto tra Logan e Laura ha dentro qualcosa che stravolge: il rifiuto iniziale, i tentativi di sguardo complice, i contatti tentati e poi negati. Con un’intensità che richiama quella tra l’evaso Butch/Kevin Costner e il bambino preso in ostaggio in Un mondo perfetto di Clint Eastwood. Due momenti liberano la testa: il protagonista che mette la moneta al cavallo a dondolo dove vuole andare la ragazzina e Laura che fa riposare l’uomo e guida la macchina. Con Ron Howard, James Mangold è oggi uno dei pochi registi di genere puri rimasti nel cinema statunitense. Che guarda verso il futuro, ma gira come se si stesse ancora trovando negli anni ’90.

Titolo originale: id.

Regia: James Mangold

Interpreti: Hugh Jackman, Patrick Stewart, Dafne Keen, Boyd Holbrook, Stephen Merchant

Distribuzione: 20th Century Fox

Durata: 135′

Origine: Usa 2017

2 commenti