15° Festival del Cinema Europeo di Lecce. Incontro con Marco Bellocchio, il pittore

Marco Bellocchio, di recente protagonista di una retrospettiva al Moma di New York, è tra gli ospiti di maggior rilievo della 15a edizione del Festival del Cinema Europeo di Lecce nel quale saranno proiettati tutti i suoi film, compreso il saggio di diploma del Centro Sperimentale. Come se non bastasse, per la prima volta a Lecce sono stati raccolti in una mostra – dal titolo Marco Bellocchio, disegni e quadri d’autore – Il pittore, il cineasta, che resterà aperta fino a giugno – , gran parte dei suoi lavori pittorici: storyboard dei film e quadri giovanili dalla chiara ispirazione espressionista, idealmente inscindibili dai film – alcuni sono stati riutilizzati ne L’ora di religione. L’incontro si è svolto presso il Must di Lecce, per l’occasione è stato presentato anche il libro Marco Bellocchio. Morale e bellezza di Sergio Toffetti.

 

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Ci parli della tua attività di pittore?

La mia attività come pittore è condensata in pochi anni, si tratta di 10 o 20 quadri poi ho abbandonato. Lasciare la pittura e passare a qualcosa di più complesso che è il cinema è stato quasi un passaggio naturale. Non è che ho rinunciato al me pittore, ma sono quadri che vanno presi per quello che sono, non hanno valore in sè ma valgono in rapporto al mio lavoro cinematografico. Non è stata una rinuncia ma una scelta. Riguardava la vita, il rapporto con gli altri esser umani: la pittura si è interrotta naturalmente, non ho più avuto voglia di mettermi al cavalletto. Gli storyboard invece sono più un divertimento nel preparare le immagini del film. Non si tratta mai di uno storyboard tecnico ma di una mia curiosità sull'uso di certi colori e forme – ma sempre nella prospettiva di quelle che potranno essere le immagini dei film a cui faccio riferimento. Questa mostra non può essere separata dal mio lavoro da regista – anche se naturalmente si può vederla senza aver visto i film. Non è Munch né Chagall anche se ci sono dei riferimenti naturalmente: a vent'anni era la pittura espressionista nelle sue tante direzioni che mi colpiva. E questa influenza si può trovare nei miei film.

 

 

Perchè oggi sembra così difficile trovare opere di giovani cineasti con un impatto così devastante come può essere stato quello de I pugni in tasca o quello che ancora oggi caratterizza i suoi film, sia a livello cinematografico che culturale in generale?

A prescindere dal soggetto che li fa i film nascono in una storia d’Italia: quella del passato non è paragonabile all'oggi. Con le nuove tecniche e con il mondo che è cambiato mi sembra che il cinema si stia adeguando ai nuovi mezzi e credo che, anche con una storia difficile, stia producendo numerosi film interessanti. Esiste un nuovo cinema italiano vivo; ad esempio secondo me è molto originale Salvo, film fatto con pochi soldi ma con una maestria e qualità stilistica di alto livello. Io con i miei 70 anni ho cercato e cerco di rispondere a quel che mi colpisce, un giovane magari lo fa in modo diverso.

 

 

Il libro presentato contiene nel titolo i concetti di “morale” e “bellezza”. Ce ne parla?

Il concetto di moralità è un’idea di Toffetti legata alla mia educazione e a un'Italia in cui in passato la “moralità” era legata a un discorso radicale della politica, più di oggi, e alla nostra formazione cattolica e poi laica in cui la parola 'morale' aveva peso maggiore. A quei tempi si parlava con molta sincerità di utopia, di cambiare il mondo. Quando penso al presente vedo che la politica ha la sua nobiltà ma non ha più l’aspirazione a cambiare la società quindi questa parola non è scomparsa ma ha cambiato significato. Quanto al rapporto tra bellezza e moralità, la storia dell'arte insegna: nel 500 c’erano Raffaello e Tiziano, ora c’è un'arte diversa. Non si può prescindere dalla storia.

 

 

Come l'arte ha condizionato la sua visione della realtà e il suo percorso filmico?

Da ragazzo seguivo l'Espressionismo tedesco, mi colpiva per certe forme che mi attraevano, e in più si trattava di pittori che combinavano al discorso estetico anche quello sociale e rivoluzionario. Quando ho abbandonato la pittura e sono andato al Centro Sperimentale ho scoperto il cinema espressionista che prima conoscevo poco. Così ho legato pittura e cinema, si può trovare nel mio cinema questa esperienza. In certi ultimi film, come Buongiorno, notte o Vincere, cerco di spingere in questa direzione: un apparente realismo ma spinto il più avanti possibile per ritrovare una sorgente tanto fondamentale.

 

 

Quanto conta la psicoanalisi nella sua produzione?

La psicoterapia è stata per me estremamente importante. La vita per me è un continuo movimento. Per me sono state fondamentali l’esperienza dell’analisi collettiva e il rapporto con Massimo Fagioli – anche se adesso c'è stata una separazione. Diavolo in corpo è frutto di una nostra elaborazione comune. “Psicoanalisi” è una parola quasi vuota. Il rapporto di un artista con il proprio inconscio è qualcosa che fa parte della sostanza della sua identità. Non lavoriamo sull’esteriore e sul razionale ma sulla fantasia che ha rapporto stretto con l’inconscio.

 

 

Quali sono gli ostacoli che incontra per la messa in opera di un progetto? E sta lavorando a qualcosa di nuovo?

Preferisco non parlare del mio nuovo progetto, bisogna prima chiarire la situazione con i responsabili. Quanto agli ostacoli, un regista deve essere uno che si rende conto della situazione, in passato c’erano certi mezzi oggi ce ne sono meno. L’Italia è in crisi e il cinema d'autore deve e può ridurre i costi.

 

 

Qual è la stagione cinematografica che ama di più?

Amo il presente altrimenti sarei un nostalgico e quindi dovrei ritirarmi.

 

 

Cosa pensa del cinema d'impegno oggi?

Anche se la parola coerenza non è ambigua possiamo dire che si presta a vari significati. Il nostro è un lavoro di compromesso, se però lo varchi distruggi l’opera. I grandi lavorano nei compromessi, ad esempio Fellini quando ha scelto di lavorare con Queen doppiato poi da Foà, oppure Antonioni che ha girato in Inghilterra. In ogni momento devi cercare di non superare questo confine.

 

 

Spesso in Italia, a differenza che all’estero, i suoi film vengono pregiudizialmente giudicati dai temi più che dalla qualità. Questo la stanca o la stimola?

Ogni volta che si ricomincia si dimentica. Ultimamente ci sono state delle sofferenze più che delusioni. Ad esempio per Buongiorno, notte, tanti della sinistra immediatamente utilizzarono il film per ribadire che l’intransigenza comunista era giusta. Ma no. Alla fine non è che mi sentivo offeso ma spesso gli intellettuali prendono un film per fare un loro discorso, le altre cose vengono trascurate – anche se poi ci sono altri che le intuiscono. La stessa cosa è successa per la Bella addormentata. Preferisco una critica sul film che non lo strumentalizza troppo.