Anima bella, di Dario Albertini

Presentato in anteprima mondiale ad Alice nella città, racconta di Gioia una ragazza appena diventata diciottenne, alle prese con un padre rimasto vedovo e pieno di debiti a causa del vizio del gioco

Anima bella a momenti sembra parlare ad un mondo dimenticato. Soprattutto quando si tratta di ricreare l’atmosfera di una parrocchia di provincia, le processioni ed il senso di comunità. Lì è nata Gioia, e lì si sente felice, a portare le pecore al pascolo. E lì vive con il padre, rimasto vedovo e diventato vittima del gioco d’azzardo, il filo conduttore della trama. Il punto di vista scelto da Albertini è quello di rappresentare le conseguenze terribili del vizio sul nucleo familiare, l’incredibile sequela di bugie e tradimenti, un baratro nel quale ad un certo punto è impossibile non precipitare. Nel fare questo opera un ribaltamento dei ruoli, per investire Gioia di quella responsabilità di cui il padre è sprovvisto. Accertata la recidiva, ed il carattere di una situazione paragonabile ad una vera e propria malattia, padre e figlia decidono di affidarsi a mano più esperte e partono alla volta di Roma dove l’uomo sarà ospite di una struttura di recupero. Dopo il trasferimento nella misera stanza di un Hotel, lo schermo sembra rimpicciolire, e quelle mura logore diventano espressione di un problema che non lascia via d’uscita. Ai silenzi si sostituisce il rumore cittadino, così impersonale e distratto, ed il soffio del vento viene risucchiato dal trambusto della civiltà.

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Il film quasi con nostalgia rievoca dei valori desueti utilizzando il connubio della fede con il perdono, l’acqua miracolosa di una fonte, il pastore di anime, salvo concludere nella constatazione di uno stato di impotenza in un mondo ormai secolarizzato. L’esibizione del peccato resta quasi interamente in fuori campo se si esclude il finale quando la mdp si posa sugli occhi sbarrati di un ragazzo distolto dalla vita per inseguire una cortina di fumo, accompagnato alla perdizione da una ridicola musichetta di sottofondo. Nel vuoto che ti annienta si percepisce tutto il significato della perdita, e lo sporco una macchia indelebile. Eppure gli occhi di Gioia sono ancora pieni di coraggio, la gioia è qualcosa che non si può nascondere dice ad un certo punto Piera Degli Esposti a cui è riservato un cameo (l’altro è per Franesca Chillemi), e la ragazza è appunto quel baluardo contro l’oscurità, la sua pazienza ed i suoi gesti d’affetto l’indice di una speranza malriposta. La testa bassa e gli occhi rivolti a terra del padre comunicano invece l’opposto, la vergogna, la sconfitta. L’idea di Anima bella nasce da un documentario dello stesso Dario Albertini, Slot – Le intermittenti luci di Franco del 2013 ed è il secondo lungometraggio di finzione dopo Manuel. Il film è l’unico italiano in concorso ad Alice nella città.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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Il voto dei lettori
4 (5 voti)
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