BERLINALE 63 – “La religieuse”, di Guillaume Nicloux (Concorso)

la religieuseUn dramma della volontà  nell'impero della sottomissione: Guillaume Nicloux riprende il testo quasi incompiuto di Diderot, già adattato da Jacques Rivette nel 1966 con Anna Karina nel ruolo di Suzanne Simonin, e lo affida a una riflessione sul rapporto tra libertà del corpo e coercizione dello spirito. La statuaria e pura presenza scenica di Pauline Etienne, pallida di una purezza ribelle, si fa carico nel film di Nicloux di raccontare l'insistere della libertà sulla sottomissione. E' questoi, in buona sostanza, il giogo imposto dalla famiglia Simonin alla giovane Suzanne, di nobile e non agiato casato, inviata in convento perché figlia illegittima, ma incapace di accettare il suo destino perché incapace di fingere una vocazione che non ha. Guillaume Nicloux compone una scena in cui ordine e intensità si sfiorano in ogni inquadratura, cercando la via d'uscita da un conflitto che vede passione e ragione lottare tra le forme squadrate del monastero e la resistenza fisica e morale della protagonista. Il regista cita Jean Genet e Edith Stein, consegnandoli a un'opera che pone in discussione la protagonista con un destino che agisce su di lei al di là della sua volontà, spingendola in un abisso che la trova potente nella sua impotenza.

Composto con una leggerezza figurativa che rifugge dai rigori monotoni dell'iconografia conventuale pur non azzardando aperture stilistiche inappropriate, La religieuse parla di sensi e fede con la medesima concretezza, trovando nella recitazione straordinariamente equilibrata di Pauline Etienne, figura quasi tardo rosselliniana nella sua mozione bergmaniana, il punto di contatto tra la verità intimamente vissuta dal personaggio di Suzanne e l'aspirazione a una libertà mai provata eppure anelata. Nicloux gioca poi con grande sapienza la triangolazione che la storia monacale di Suzanne subisce nel rapporto con le tre madri superiore che ne segnano la vita in convento: Françoise Lebrune è la superiora caritatevole e materna, Louise Bourgoin è quella sadica e coercitiva, Isabelle Huppert infine quella innamorata e folle di passione, in un crescendo quasi surreale di ironia iconografica. In ognuno di questi passaggi Suzanne Simonin si svela a se stessa vittima di una purezza tanto passiva nella reazione quanto attiva nel provocare sentimenti in chi esercita un potere su di lei: una torsione quasi batailliana (“Storia dell'occhio”) del rapporto erotico, emotivo, spirituale, corporale tra sottomissione e sopraffazione.

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