#Berlinale2017 – Il cielo sotto Berlino

Forse sarà la mancanza della pasta col tonno. Forse sarà che il festival, con le sue passioni e le scoperte, sta da un’altra parte. Tra Panorama, Forum e mercato dove qualcuno di noi si è anche addentrato. Ma se si affronta la Berlinale come un evento dove bisogna fare i compiti, si aspetta stancamente la fine dell’anno scolastico. Dove la lezioni anche più belle appaiono ovattate, sorde. Voci lontane sempre presenti.

Eppure il festival è una macchina perfetta. Tra quelli che si sono visti, è quello che ha creato una simbiosi tra cinema e pubblico nella città, tra tutte le grandi capitali europee. Le sale sono quasi sempre strapiene, le proiezioni sono organizzate in modo tale che ci sono diverse repliche. Non sembra mancare nulla in una grande metropoli della cultura, dove ogni grande evento sembra respirarsi in ogni angolo della strada.

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Cos’è che non va allora? Che la sua perfetta organizzazione (a tratti più presunta che reale perché poi gli incontri stampa con i registi e gli attori iniziavano anche con 15/20 minuti di ritardo) appare impermeabile. Che il cielo sia sotto e il grigio persistente a tratti si diffonde anche sullo schermo per un festival sicuramente sperimentale e autoriale, che ha scoperto molti nomi, ma dove manca quell’estasi improvvisa che ci può essere per esempio a Cannes, Locarno o nelle migliori Venezie.

Dopo la fallimentare edizione dello scorso anno, questa 67° Berlinale è stata per certi aspetti quasi soddisfacente per quanto riguarda i film in competizione.

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the other side of hopeInnanzitutto per quanto riguarda la corrispondenza, ringraziamo Emanuela Martini (Direttore Torino Film Festival), Giulio Sangiorgio (Direttore Film Tv), Giona A. Nazzaro (Delegato Generale della Settimana della Critica a Venezia) ed Enrico Azzano (Quinlan) per essere stati con noi nei voti delle pagelle. Inoltre dalla Berlinale quest’anno c’è stata una corrispondenza a largo raggio dove abbiamo coperto tutto il concorso, il fuori concorso e alcuni degli eventi più importanti di Berlinale Special e Panorama e Forum. Ed è proprio dalle pagelle che arrivano alcune valutazioni (non solo matematiche) di questa edizione.

Facciamo due conti. In base alle medie nostri voti, il film migliore del concorso è The Other Side of Hope di Aki Kaurismäki (8,63) ma in assoluto il film che ci è piaciuto di più di tutta la Berlinale è The Lost City of Z di James Gray (8.8). Seguono poi Logan di James Mangold (8.3), On the Beach at Night Alone di Hong Sang-soo (8.125), Call Me By Your Name di Luca Guadagnino (7.875), I Am Not Your Negro di Raoul Peck (7.6), Colo di Teresa Villaverde (7.375), Ana, mon amour di Calin Peter Netzer (7.33), Mr. Long di Sabu (7.2). Il film vincitore della 67° edizione, l’ungherese On Body and Soul di ldikó Enyedi, ha ottenuto la media del 7. Quindi si tratta certo di un festival che ha portato in competizione sei film sopra la media del 7. Possiamo metterci a polemithe lost city of zzzare sul verdetto della giuria presieduta da Paul Verhoeven che non ha premiato di gran lunga il film più bello, il Kaurismäki più estremo che sorpassa Ozu e guarda a Tati, in quello che è forse uno dei film politici di questa edizione e che è stato premiato solo con l’Orso alla regia. E oltre al massimo riconoscimento, la giuria ha forse dimenticato i due protagonisti di The Other Side of Hope, Sherwan Haji e Sakari Kuosmanen. Ma l’Orso d’oro a On Body and Soul è comunque un buon premio. Forse qui si dovrebbe discutere maggiormente sulle scelte di una selezione che, anche quando azzeccate, danno sempre l’impressione di un’impermeabilità. C’è innanzitutto uno scarto troppo netto tra i film migliori e quelli mediocri. Titoli come Joaquim di Marcelo Gomes, Return to Montauk di Volker Schlöndorff, Bright Nights di Thomas Arslan e Django di Etienne Comar avrebbero difficilmente trovato spazio nel cartellone degli altri festival più importanti se non come terze/quarte scelte. In più, probabilmente ci saranno delle richieste delle produzioni o altri motivi che non conosciamo per negare il concorso a James Gray e Luca Guadagnino. Ma, non conoscendoli, la domanda resta aperta.

Un film come Logan a Cannes sarebbe esploso. Qui resta contenuto in una cornice promozionale perfetta ma sempre trattenuta. Non è il problema della Berlinale. Forse è soggettivo, nel modo in cui si vive questo festival. Affrontato sempre con l’atteggiamento dello studente svogliato. Forse bisognerebbe finire di fare i compiti a casa. Per chi ci è abituato da anni, diventa ancora più difficile. E il piacere è sempre più altrove. E il cielo non  si vede quasi mai per chi non alza la testa.

Un commento

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    Suppongo che Guadagnino non sia stato selezionato a Berlino in quanto già al Sundance e oramai i festival più importanti vogliono solo anteprime assolute in concorso. E’ possibile inoltre, ma è solo un’ipotesi, che i produttori e Guadagnino stesso privilegino il mercato americano, visto anche il successo che il regista ha avuto coni suoi precedenti film. E infatti distribuisce Sony Classic Call me by ypur name…