#Berlinale70 – Semina il vento, di Danilo Caputo

Tarantino, classe 1984, Danilo Caputo conosce sicuramente bene la sensazione che colpisce Nica al suo ritorno al paese dopo tre anni di assenza, una vera e propria sparizione per studiare e per tenere a distanza i dissapori con la madre. La generazione dei nostri genitori ha molto spesso rifiutato la filosofia della terra e dei saperi soprannaturali e ancestrali che le sono connessi, perché allontanati dal lavoro e dal sacrificio che quella vita comportava, a cui preferire il posto in fabbrica, tra le ciminiere del gigantesco polo industriale del quale da anni sentiamo promessa la chiusura. Nica invece, come molti giovani educati dalla saggezza mistica dei nonni, si sente al suo posto nell’uliveto di famiglia, e nella grotta che gli si staglia al centro. Ma queste divinità arboree sono ferite mortalmente dalle infezioni di “pidocchi” (chiaro riferimento all’epidemia di xylella che va falcidiando il Salento), e il padre della ragazza preferisce abbattere tutto e vendere la terra per ricavarci un bel risarcimento: Nica, studentessa agronoma, prova a tenere insieme la scienza e la magia, i rituali dei culti delle pietre con le osservazioni al microscopio. “Non riesco a trovare l’antagonista”, ripete più volte. Su di lei veglia una gazza ladra che, secondo la madre, è lo spirito di quella “strega” della nonna, il vero legame della protagonista con la dimensione ultraterrena del Sud, che ha finito la propria vita rinchiusa in un ospizio a morire.

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Ecco, il film è vittima forse di un’eccessiva contrizione nelle sequenze che affrontano il rapporto tra Nica e i genitori, ma Caputo è bravo a raccontare la storia di molti di noi anche quando descrive i pomeriggi e le serate tra bar e giri in macchina di Nica e della sua storica “amica di giù” o certe cene con le domande a mezza bocca (“ma è ancora fidanzata? sta studiando?”). L’autore lambisce il cinema dell’antropologia esoterica alla Luigi Di Gianni (virato Rohrwacher, a partire dalla protagonista Yile Yara Vianello, la bambina di Corpo Celeste), e dona una sua umanità anche ai padri, sempre in attesa che le istituzioni stanzino questo o quell’aiuto per trasformare la condanna rurale in uno slancio, anche minimo, di piccola imprenditoria, chi lo sa magari un negozio tutto proprio.

Semina il vento è agitato da continue sospensioni intorno alle chiome degli ulivi, nelle notti buissime della campagna, o tra i fasci di luce che filtrano dalle crepe delle rocce sotterranee: restiamo sempre a sperare che possa durare almeno per un respiro in più, ognuno di questi istanti di assoluta evocazione di un tempo arcaico e allo stesso tempo ancora così presente e tangibile. Caputo ha la tendenza a lasciarsi andare a qualche ridondanza di troppo di immagini metaforiche e allegorie (gli insetti che si mangiano tra di loro), ma sa bene come oggi non si possa percepirli che per sprazzi, certe onde e certi refoli di vento, come interferenze in una storia che parla invece ancora una volta e purtroppo di terra avvelenata, di parassiti lasciati liberi di espandere il contagio, e del gesto cieco di una ribellione violenta e insensata, un sacrificio rituale nel fuoco (quasi una focara religiosa) che distrugge insieme le macchine e le colpe dei padri.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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