Bif&st. Giorno 6: Mathieu Amalric, Luis Bacalov e il ritorno di Chinatown

Neve, moltissima, architetture eleganti (un ateneo ipermoderno dove Marc insegna scrittura creativa) e un uomo (sempre Marc) amato dalle donne.  Mathieu Amalric non delude mai e a un film apporta la sua maschera complessa capace di contenere dramma e leggerezza, disturbo e soavità. E’ il caso del nuovo film dei fratelli Larrieu (Arnaud e Jean-Marie), L’amour est un crime parfait, le cui sorti sono caricate, così come già in passato, sulle sue spalle attoriali e, in parte, su quelle di due dive del cinema francese contemporaneo, Karin Viard e Maiwenn. L’una, sorella-amante in un rapporto di reciproca possessione: queste due anime sono corrotte da un’infanzia infelice; l’altra, matrigna di una allieva di Marc misteriosamente scomparsa. In realtà è morta, dopo una notte di sesso, nel letto del suo professore che ne ha occultato il corpo in una “buca”, una depressione carsica sulle alture innevate che lui conosce benissimo. Comincia qui un cammino di alterazione di un uomo o meglio, lo svelamento progressivo degli abissi legati al rapporto con la sorella, a quello con le sue giovani allieve ad alto tasso di ninfomania, alla sua incapacità di esprimersi, di amare, condita da ipersessualità compensativa. Insomma, un bel caso da psicanalisi se non ci fosse di mezzo prima un occultamento di cadavere e poi un assassinio. La matrigna, unica donna di cui Marc, si innamora in realtà è una poliziotta che lo incastra e la via d’uscita non può che essere tragicamente (e classicamente) catartica. Per questa sesta anteprima serale del Bif&st, un film dalla buona confezione ma discontinuo, pressoché manualistico come una parte considerevole della ricca produzione cinematografica annuale francese ci mostra.   

Al  Bif&st è  giornata di premiazioni, dopo quella dei cortometraggi (ha vinto America di Alessandro Stevanon). La giuria popolare, presieduta dal critico d’arte Achille Bonito Oliva, ha assegnato il Premio Vittorio De Seta al regista del miglior documentario a Vito Cardaci e al suo L’albero di Giuda, “un’opera – come recita la motivazione- che racconta in maniera icastica l’arte del tradimento politico nei confronti di una realtà staccata dal continente e insulare, la Sicilia. Una regione che non è soltanto un’entità geografica, ma un luogo che ha subìto indifferenza, populismo e un fallimento sociale legato al cinismo di una classe padronale arcaica”.

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In serata, il Premio Fellini è stato consegnato dal produttore Domenico Procacci a Luis Bacalov, Premio Oscar per le musiche de Il postino di Michael Radford con Massimo Troisi, ricordato a vent’anni dalla scomparsa.

In Panorama Internazionale, invece, presente un solo film per lasciare spazio alla proiezione del polanskiano Chinatown,che tornerà nelle sale italiane dal 26 maggio in versione restaurata, distribuito dalla Cineteca di Bologna. Il film d’esordio Of Horses and Men dell’islandese Benedikt Erlingsson, scrittore proveniente da una famiglia di scrittori, racconta frammenti di storie e di personaggi di una comunità. Una storia di uomini e di donne. E dei loro cavalli, compagni delle loro avventure e osservatori dei loro comportamenti. Un film strano e interessante, una commedia nera che riesce a rimbalzare su toni diversi, fino al dramma, alla morte, all’amore.