Blog NET NEUTRALITY. L’inconscio di Fogna

Mi sono ritrovato dopo un periodo buio in cui ho toccato il fondo: ero negativo con me stesso, mi sopportavo poco”, così Fabio Fognini, detto Fogna, attualmente il nostro miglior tennista, n.12 al mondo, fresco vincitore del suo primo Master 1000 a Montecarlo, tra i tornei più prestigiosi in circolazione. Di lui tutti a parlarne male, fino a Pasqua 2019, grande talento sprecato per un carattere difficile, tormentato, tendente all’autodistruzione. Proprio in uno sport in cui si ruota intorno ad un mistero ineguagliabile che sembra basato su una moltiplicazione geometrica di variabili, ma che, in fondo, si riduce al confronto di un atleta con se stesso e con i propri limiti, tra solipsismo e trascendenza. Ancora di più oggi, nella moltiplicazione dell’esposizione visiva, la terra, l’erba e il cemento sono i set di aggiustamenti minuscoli, incessanti, e un senso degli effetti di ogni singolo cambiamento che si acuisce al progressivo allontanarsi dalla normale consapevolezza. Ma Fogna sembra lontano dai tic, dai morbosi e ossessivi refrain, atti a ritrovare la concentrazione, rientrare totalmente nella dimensione robotica, anzi, se osservi attentamente il suo servizio, tra i meno incisivi del circuito, ti accorgi quanta poca accuratezza ritrovi nei suoi gesti, mostrando nell’esecuzione una fretta quasi spasmodica, a dir poco scostante, priva quasi di pazienti arcuate linee, di flessuose speranze.

Fogna non è attore melodrammatico, come lo era l’enfatico ed esagerato John McEnroe, è piuttosto un interprete psicodrammatico. Esprime, attraverso la messa in atto sulla scena, le diverse dimensioni della sua vita, stabilendo dei collegamenti distruttivi fra esse. Le sue rappresentazioni sceniche sono una continua lotta tra le esigenze intrapsichiche e le richieste della realtà, per riscoprire spontaneità e creatività. Quelle rare volte in cui è riuscito a trasformare il dramma rappresentato in dramma vissuto, Fogna ha regalato un tennis sublime, degno dei migliori, alla pari con i più forti. D’altronde sarebbe stato un ottimo allievo di Jacob Levi Moreno, altro outsider della cultura del Novecento. E finalmente oggi, grazie all’Istituto Luce, che sta curando l’edizione di un dvd, e soprattutto grazie al restauro dell’Archivio nazionale del cinema di impresa di Ivrea, ritorna visibile il documentario di Roberto Rossellini del 1956, sul padre dello psicodramma, personaggio originale e controverso, sottovalutato e dimenticato. L’inconscio sarà anche la ragione ultima, oltre l’interesse materiale di classe e la volontà di potenza, e Fogna, attraverso l’ininterrotto psicodramma, dovrebbe ripartire da dove Freud ha finito. Quest’ultimo incontra le persone nel setting artificiale, Fogna le incontra sul campo, nel suo ambiente. Freud analizza i suoi sogni, Fogna dovrebbe invece trovare, a quasi 32 anni, il coraggio di sognare ancora.

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