Blog NET NEUTRALITY – Tutte le sette (circa) a Capitol Hill

La frontiera come mistificazione del presente, incapace, provata dal muro messicano, di prospettare possibili mondi migliori. Sull’insurrezione di terroristi domestici, dei trampisti “tra(m)pper”

Cari fan, amici di tutto il mondo, ho appreso che ‘Gloria‘, una delle canzoni a cui sono più legato, è stata utilizzata durante il comizio di Donald Trump e ha anticipato le drammatiche azioni di violenza fisica e verbale di cui siamo stati attoniti spettatori in questi giorni. Sono un artista che sia nel pubblico che nel privato ha sempre privilegiato l’amore alla violenza, il dialogo alla forza. ‘Gloria‘ è un brano scritto per cantare la bellezza della vita e non certo come inno di rivolta. Mi dissocio completamente dall’uso di ‘Gloria‘ in quel contesto e sono pronto, in qualità di autore, a difendere i principi e l’origine di questa canzone” (Umberto Tozzi). La marcia per salvare l’America e il momento per tornare indietro hanno avuto forza propulsiva sulle note di “Gloria”, pezzo ormai sempre più in voga e sempre più utilizzato da registi e autori di ogni angolo sulla Terra. Gloria è il nostro Iceberg che con continuità si stacca dall’Antartide, ghiacciaio enorme quanto una nostra Regione: l’ultimo si chiama A-68, ha una superficie di 5.800 chilometri quadrati (quanto la Liguria), è alto 200 metri di cui 30 sopra la superficie dell’acqua e i glaciologi sono stupiti che le onde non l’abbiano già ridotto in cubetti. Questi fenomeni spaventosamente ricorrenti, passano inosservati il più delle volte (specie quando poi C19 ha preso completamente la scena…), pur se potenzialmente devastanti su scala planetaria.

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Chissà non ritorni nuovamente in voga anche l’ipotesi scientifica per cui il disgelo possa provocare la dispersione di patogeni sconosciuti nell’ambiente, intrappolati da millenni nel ghiaccio. Questa volta quei cubetti dispersi hanno assalito la sede del Congresso a Washington sottoforma di militanti più fedeli del presidente uscente Donald Trump. Un sentimento reciproco, dato che lo stesso Trump ha dichiarato di amarli. Tra i sostenitori agguerriti del presidente, c’erano anche gruppi organizzati del mondo di estrema destra e del suprematismo bianco, come i Proud Boys – che il presidente uscente chiama spesso ‘patrioti’ – o il movimento dei Boogaloo, che assomiglia a una vera e propria milizia strutturata in maniera paramilitare. È un universo variegato quello che si è riversato a Washington per contestare la vittoria di Joe Biden alle presidenziali statunitensi e che ha preso d’assalto Capitol Hill. Senza dimenticare i seguaci di Qanon che hanno spostato la teoria del complotto secondo la quale esisterebbe una trama segreta organizzata dal “deep state” dove poteri occulti muoverebbero le fila di un complotto contro Trump e i suoi alleati, oltre a favorire una rete dedita alla pedofilia internazionale. A capo, Jake Angeli italoamericano (magari conoscerà pure Gloria…) vestito da sciamano. Bandiera americana in mano, viso dipinto con i colori del vessillo Usa, indosso una pelliccia e sul capo un cappello con le corna da vichingo, Jake, 32 anni, è un seguace di QAnon.

È sembrato di vivere la quarta stagione Netflix, mai andata in onda perché cancellata, della serie TV Frontiera, ambientata alla fine del Diciottesimo secolo in Nord America, tra lotte di controllo sul commercio di pellicce. Mescolando racconto epico, period drama e western, Declan Harp è il protagonista, fuorilegge per metà irlandese e metà indiano d’America. La frontiera come giustificata mistificazione del presente, incapace, provata dal muro messicano, di prospettare possibili mondi migliori. L’insurrezione di terroristi domestici, dei trampisti “tra(m)pper”, potrebbe dare un altro senso, ma questa rivolta non renderà le nostre vite più assurde, conferendo ad esse una minore nobiltà. Meglio non esagerare, però, per non finire nell’autocommiserazione. Inutile cercare centri di gravità permanente. Se la realtà non ha senso, perché concederle un valore che non ha? Perché riprenderla non solo con camere professionali e gli smartphone dei passanti, anche con piattaforme mainstream? Attraverso il sito Livestreaming, basato su blockchain chiamato DLive, oltre 140.000 spettatori hanno assistito all’evento, provvedendo a donazioni private a favore dell’irruzione e dei teorici della cospirazione. DLive è stata fondata dall’imprenditore Charles Wayn nel 2017 come concorrente su scala inferiore di Twitch di Amazon. Uno dei principali contributori alla crescita di DLive sono stati i leader nazionalisti bianchi e altre personalità di estrema destra che sono fuggite lì dopo i divieti su YouTube, Twitch, Facebook e altrove. Un vero e proprio covo, più che una frontiera, una nuova riserva innaturale, in cui decine di estremisti di spicco stelle e strisce, attraverso pseudonimi, guadagnano ricchezze, grazie la valuta in-app di DLive, Lemon.

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Sotto assedio, da ogni dove, come in White House Down di Roland Emmerich, in cui il nemico viene dall’interno e non più dallo spazio di Independence Day. Anche i conservatori più fervidi alleati di Trump sentono la minaccia interna, sentono che il loro Presidente ha bruciato, consumato, tutta la sua eredità positiva, l’uscita dagli accordi di Parigi sul clima, la questione sul nucleare dell’Iran, la semplificazione e la riduzione delle tasse, le più grandi della storia dopo quelle di Reagan. Tutti questi risultati riconosciuti dai conservatori a Trump, sarebbero andati in fumo. Sarebbero svaniti perché Trump non avrebbe dovuto incitare le sue “milizie”, che oggi non sono più quelle degli anni ’90, quando proliferarono particolarmente, ben definite e contornate, ma sono esageratamente variegate, perché fatte da attivisti ma anche da tanta gente comune che si ritrova a rifiutare, la politica, il pensiero critico, il giornalismo professionistico, ed è preda totalmente della disintermediazione dell’informazione e della realtà alternativa dei social. La minaccia interna non è adesso solo più politica, quindi lontana anni luce dal popolo, bensì sociale. Gli Stati Uniti stanno cambiando velocemente e nel giro di una ventina d’anni i bianchi non saranno più la maggioranza, ma la minoranza più grande del Paese, con il conseguente rovesciamento delle gerarchie sociali.

A tal proposito, lo stesso giorno dell’assalto di Capitol Hill, probabilmente è successo qualcosa di più grosso, la vittoria elettorale democratica in Georgia, dove un reverendo di colore ha ereditato il pulpito di Martin Luther King ed accanto a lui un giovane documentarista ebreo è diventato senatore. La perdita di status dell’America bianca rimanda al romanzo “The Turner Diaries” di Willian Pierce del 1978, sguardo utopico/distopico, di una presa di Stato, al posto di redenzione ultraterrena arrivano proposte di miglioramento intra-mondano a mera ricerca del consenso e a un adattamento agli imperativi tecnologici ed economici. Non c’è quindi da stupirsi più di tanto se poi Enrico Mentana, lanciando il servizio sull’assalto, faccia partire, per caso o per errore, percorrendo immaginari gradi di separazione, Project X – Una festa che spacca di Nima Nourizadeh, prodotto da Todd Phillips, appunto, qualche anno prima di Joker. Le idee circolano senza freni, non più tra piccoli gruppi, con diversi livelli di gradualità il cittadino diventa un tifoso, si evidenzia l’estrema polarizzazione e la proliferazione di immagini distorte, di visioni ingannevoli, di interpretazioni platealmente false mascherano la democrazia, frantumano il senso, confondono perennemente fatti e valori, realtà e invenzione. È la democratura che già “It Can’t Happen Here” del 1935 scritto da Sinclair Lewis paventava, ma “qui non è possibile”, almeno… allora il Dante Alighieri dell’America profonda, Hamlin Garland, ricorda che resta inesorabile un barlume di speranza e di profonda coscienza collettiva, anche nei luoghi da sempre lontani dagli scintillii: “La notte, dopo le sette, quando le stelle dimostrano di non dover temere la concorrenza dell’elettricità, è più facile sopportare il peso di milioni di bocche da sfamare”.

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