Blog SENSIBILIA – La carne e il nulla. Sguardi, Giudizio e paradossi del cooking show

(questo articolo è stato pubblicato sul n.0 di Sentieriselvaggi21st)

Si taglia, si affetta, si scortica, si asportano pelli e interiora, arti e pezzi di carni: poi si prepara, si tenta di mettere ordine e decorare l’opera d’arte in attesa del giudizio finale. Non siamo tra le pieghe di un film horror Anni ’80, Tobe Hooper e George Romero sono lontani anni luce, non ci troviamo neanche fra gli spazi angusti e ipermoderni di serie tv ispirate alle gesta di serial killer o sette sacrificali: più semplicemente stiamo assistendo a uno degli spettacoli visivi più seguiti in questi ultimi anni sul piccolo schermo, ovvero i reality culinari (i cooking show  o show cooking che dir si voglia, capitanati dal formato Masterchef ovviamente…), strane gare che attraggono inesorabilmente gli occhi dello spettatore coinvolgendo aspiranti cuochi di ogni età  – ricordiamo che fra le declinazioni più seguite c’è quella “junior” dedicata ai più piccoli… – e una giura di “master chef” pronti a emettere giudizi spesso feroci e umilianti sulla qualità delle portate offerte dai concorrenti. Dagli Stati Uniti al Canada, passando per la Francia e l’Italia, questo format televisivo (visibile sui nostri device in Italia grazie a servizi come il cosidetto IPTV streaming) non conosce crisi né flessioni di audience: si cucinano carni e pesci, ci si sfida a suon di torte e decorazioni improbabili, si allestiscono in pochi minuti autentiche scenografie del piatto o, molto spesso, piccole catastrofi dell’occhio e del gusto. Lo spettacolo si ripete, incessante e ossessivo, quasi maniacale nella sua ritualità, format dopo format, puntata dopo puntata, senza mostrare la corda, appassionando e convincendo un pubblico rapito da competizioni che odorano di sudore e sangue, di spezie prelibate, verdure e frattaglie sapientemente “catturate” dall’occhio delle video camere.

Forse per spiegare il successo irrefrenabile di questi contenitori visivi basterebbe ricorrere a categorie filosofiche e antropologiche come la passione per la ritualità e la “messa in scena” di un sacrificio – animale o vegetale poco importa…; oppure, come spesso recitano gli spot di questi programmi, la possibilità del grande sogno americano, il plain man che diviene improvvisamente grande chef realizzando ambizioni finora impensabili. Eppure, queste curiose gare nascondono anche altre suggestioni forse in grado di illuminare alcuni aspetti più oscuri del legame tra sguardo, gusto e facoltà del giudizio.

Perché poi, a ben guardare, l’essenza della sfida riposa proprio nel momento del giudizio, del verdetto o della “sentenza inappellabile” formulata da una giuria di esperti. Tutto si costruisce in funzione di questa manciata di minuti, di poche parole che decretano chi resta e chi esce dalla competizione, il dentro e il fuori nello/dallo schermo, la visibilità o la condanna all’invisibilità. Il rituale del cibo è solo pretesto, ben presto le tecniche di preparazione e confezione (il cosiddetto “impiattamento”…) dei piatti cede il passo a un altro rito, ben più inquietante: la “messa in scena” del Giudizio, la materializzazione della Legge, di chi decide definitivamente della sorte di qualcun altro con una semplice parola. Ecco allora che ogni concorrente si prostra dinanzi a una “sacra” trinità di giudici pronti a correggere, educare, disciplinare, includere ed escludere i propri devoti.

Il numero “mistico” del Tre può nascondere preti, medici (o i più moderni psicologi…), taumaturghi, insegnanti, o, appunto, giudici: tutte figure che hanno segnato indelebilmente la cultura occidentale con l’esercizio della loro facoltà di Giudizio, con la Legge del Padre, del “Master” appunto – anche nel senso indicato dall’omonimo film di Paul Thomas Anderson… – che rende sempre il nostro sguardo mancante e dunque “desiderante”.

Ma ecco il paradosso. Qui la legge del giudizio e del desiderio brama il nulla, un virtuale visivo dove i sensi sono inevitabilmente anestetizzati e affidati solo alla parola del giurato: lo spettatore non può esercitare in alcun modo il gusto, non tocca, non assaggia e non odora; si affida completamente al giudizio di uno sguardo passivo che può solo ammirare la messa in scena di un rito, senza mai esserne davvero parte.È curioso che una sfida culinaria riservi allo spettatore solo il gusto dell’occhio, producendo un piacere differito e indiretto: noi assaggiamo e giudichiamo “in nome di”,attraverso una triade di Master, delegando il gusto alla scelta altrui. Ecco perché i vari Masterchef sono format segnati da una sottile e raffinata pornografia di carni e vegetali morti, da un’arte del giudizio che precipita antichi riti e dinamiche nel vuoto di un rituale dove i sensi primordiali di ogni esperienza umana (il gusto, l’olfatto, il tatto…) sono semplicemente ricondotti a una visione senza contenuto, a un’esperienza senza mondo. Una passione per il nulla che, forse, è la vera chiave del successo di ogni cooking show che si rispetti.

 

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