CANNES 67 – National Gallery, di Frederick Wiseman (Quinzaine des réalisateurs)

national gallerySarà forse un caso, ma negli ultimi anni Wiseman pare aver radicalizzato la sua tendenza a far coincidere il senso con lo spazio, a intitolare i suoi documentari semplicemente con il nome del luogo in cui gira: L’Opéra de Paris, Crazy Horse, Berkley, Boxing Gym, National Gallery. Non che in passato fosse molto diverso. Ma, appare sempre più evidente l’indifferenza nei confronti di un’esplicazione ulteriore che possa essere suggellata in un titolo, una frase. Viene meno persino la necessità di individuare l’argomento di fondo su cui applicare la propria analisi strutturale. Come se ormai si fosse giunti alla conclusione che il luogo è già in grado di dire tutto, a partire dalla relazione delle sue articolazioni spaziali con le persone, le cose, i movimenti, le esperienze e le energie che le attraversano e le abitano. E National Gallery sembra addirittura arrivare all’estremo di concentrare questa coincidenza esclusivamente negli interni, relegando gli esterni a fugacissime istantanee, al fuoricampo quasi. Scompare tutto ciò che c’è fuori. Come se non ci fosse più alcun rapporto tra l’istituzione e la città. Una struttura completamente disancorata dal mondo circostante. Una specie di riserva indiana, un’area delimitata e protetta. Un buco nero. E il fatto che si tratti di un museo, la dice lunga.

 

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La gloriosa National Gallery, pur piantata al centro di Trafalgar Square, nel cuore nobile di Londra, vive in un’altra dimensione. Mostre, studi, celebrazioni, ricerche, restauri: Wiseman ci mostra tutte le attività e le implicazioni che possono esserci dietro un’istituzione del genere, dalle questioni riguardanti la conservazione, a quelle sull’illuminazione dei quadri, la loro disposizione nello spazio in rapporto alla visibilità assoluta o in ragione del loro dialogo con altre opere. E se le numerose analisi e le dotte disquisizioni a cui assistiamo aprono questioni interessanti e veri e propri lampi di passione, rimane di fondo l’impressione di un’estraneità insormontabile, come nel folle dibattito sulle effettive conoscenza musicali di Watteau. Si avverte il girare a vuoto di un discorso accademico che, in qualche modo, disattende la fatica e il sudore quotidiani di chi lotta contro il deperire delle cose, il degradarsi dei colori, dei toni, della bellezza. Per forza di cose o per scelta, il museo ha eretto intorno a sé una barriera insormontabile, per chiudersi in uno spazio inviolabile, un tempo congelato. E il resto del mondo sembra valere più come pubblico, come interlocutore economico, che come reale destinatario di un lavoro di conservazione, recupero e diffusione. Wiseman, ovviamente, non giudica. Nel suo solito accurato lavoro dietro le quinte, lascia che le cose emergano da sé. E non nasconde la profonda fascinazione per la pittura, la “materia”, con tutte le implicazioni teoriche che ne conseguono. E coglie degli splendidi momenti casuali, che aprono dei crossover inaspettati, come quando Mike Leigh, con il suo passo inconfondibile attraversa per un attimo il quadro all’inaugurazione della mostra su Turner. Genesi inattesa.