#Cannes2016 – Device

I film di questa Cannes sembrano raccontare la definitiva affermazione del numero sulla carne, il salto dall’identità individuale all’indistinzione delle sostanze e delle forme del mondo 2.0

È sempre dura quando, nel tempo accelerato e nella congestione da festival, ti accorgi che tutto sembra ridursi a un numero. Il voto in pagella, la griglia di valutazione, come se fossimo agli scrutini di fine quadrimestre. Che dice Screen? È convincente Kleber Mendonça Filho, mah non so mentre tu, caro Pedro, come sei peggiorato. Alla fine, quanto più la visione multipla dovrebbe spingere a trovare quelle “rime interne” che fanno la bellezza e l’urgenza della poesia (e del cinema), tanto più tutto sembra ridursi al giudizio affrettato, tranchant. Promosso, bocciato. Del resto perché assegnare un valore? Per economizzare il tempo? Il voto, il codice a barre che trasforma l’oggetto in prodotto, ne garantisce l’immediata riconoscibilità e la rapidità di circolazione, ma non individua. Ci abbandona a un mondo di copie. Velocizza, ma appiattisce, rendendo più esigue le differenze, più irrilevanti le qualità interne. Livello medio alto, tutti i nei corretti nel processo industriale della produzione, prima, durante, post. Freddo trionfo del numérique, se si vuol giocare con l’implicazione digitale del termine e il suo aggancio informatico, matematico, computerizzato. E i film di questa Cannes, al di là del loro valore, sembrano raccontare, tra le righe, proprio questo trionfo, la definitiva affermazione del numero sulla carne, il salto dall’identità individuale, dalla posizione morale soggettiva come osano dire ancora i Dardenne, all’indistinzione delle sostanze e delle forme del mondo 2.0. Quello che conta è la velocità di circolazione.

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personal shopperLa lunghissima chat telefonica di Personal Shopper di Assayas, che sembra riprendere e dilatare all’infinito i primi minuti di Sils Maria, può davvero essere il momento centrale del festival. È una conversazione velocissima, elettrizzante e conturbante, misteriosa. Ma d’altro canto è un dialogo con un fantasma, con un’entità non identificata. Una specie di seduta spiritica aggiornata al contemporaneo, esperienza da medium (media?). Ok, quel fantasma poi prende forma, ma solo per un’esigenza del plot e dopo aver attraversato invisibile lo spazio. In ogni caso tra quel fantasma e la Stewart non c’è mai un reale contatto, se non nella forma imessage. Assayas è il più avanti di tutti nell’individuare la stretta interrelazione tra le traiettorie “commerciali” e le linee di comunicazione virtuale che costituiscono la struttura profonda di questa nuova realtà, materiale e spirituale. In Personal Shopper ci si sposta da un luogo all’altro come se lo spazio fisico si fosse già del tutto smaterializzato e il mondo si fosse ridotto alle dimensioni dello schermo di un dispositivo, al display di un device. Ma in molti film, i dispositivi la fanno da padrone. In La fille inconnue dei fratelli Dardenne e in Bacalaureat di Mungiu gli smartphone squillano in continuazione, interrompendo i dialoghi, punteggiando il ritmo delle trame, rinviando le emozioni. È come una specie di frequenza esoterica che scandisce il tempo e custodisce il mistero della vita. Un rumore di fondo costante, che, senza soluzione di continuità, passa dalla realtà ai film, dalle conversazioni a cena alle favole. Nous vous rappelons qu’il est strictement interdit d’utiliser les téléphones portables… impossibile.

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I nuovi dispositivi mandano avanti le storie e ne sono, al tempo stesso, i buchi neri che trasformano le presenze in assenze, i corpi in fantasmi. Moltiplicano e sottraggono contemporaneamente. Accelerano e disperdono. Affascinano e fanno paura. Per questo nella dimensione poetica di Paterson non hanno diritto d’asilo. Eppure non si può più farne a meno, nonostante i tempi dilatati della contemplazione poetica, le traiettorie sempre uguali, come tragitti di autobus, della quotidianità. “Non ce l’ha uno smartphone? … se vuole le presto il mio“. Persino per un film che pare una scheggia fuori dal tempo, come Le cancre di Vecchiali, facebook è un punto di partenza e un gioco sull’ipad è un muro di separazione.

La distanza è cruciale. Perciò i contatti e le connessioni non possono più essere interrotti. Proprio per garantire il flusso ininterrotto e diffuso delle comunicazioni e informazioni, dei desideri e dei consumi. Le proprietà dei singoli oggetti non sembrano avere più alcuna rilevanza, se non in misura della loro funzione “connettiva”. Ora, si possono avere posizioni diverse, inquiete o entusiastiche. Ma è un dato di fatto. Lo sa bene Clara, la grande protagonista di Aquarius, che agli inizi degli anni ’80 portava dall’Inghilterra una musicassetta dei Queen come fosse un tesoro di meraviglie nascoste. E ora può sentire tutto ciò che vuole, in un comodissimo file mp3. Ma chissà che non abbia ragione lei a preferire ancora le “cose”, i graffi dei vinili e i vecchi mobili. Tutto ciò che ha ancora una concretezza fisica, materiale, carne e sangue. Un corpo. Pur se in decadenza, pur se mutilato. Ma ancora un corpo.

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