Carlo Lizzani, la fine del suo lungo viaggio nel secolo breve

La mia è stata una vita al servizio del cinema. Mi sono servito del cinema per conoscere il mio paese, il mondo, la storia, il Novecento.

 Da un’intervista a La Repubblica

 

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Carlo LizzaniEra un uomo composto, la cui espressione tradiva una costituzionale malinconia dell’esistenza. Un uomo dal sorriso velato da un’ombra di consapevole malessere del vivere. Era un uomo di cinema a tutto tondo che ha attraversato il secolo breve movendosi sempre all’interno di quel mondo come regista, come scrittore di critica e di sceneggiature, come direttore di festival e come intellettuale, sempre vicino alle istanze degli operatori culturali e delle associazioni che provano con fatica a diffondere la cultura del cinema.

Carlo Lizzani ha compiuto il suo ultimo volo e le ragioni, le congetture, il senso di questa conclusione forse ci sfuggirà per sempre, anche se, come è accaduto in modo drammaticamente identico per un altro grande nostro autore, Mario Monicelli, in fondo, nella loro tragica manifestazione questi gesti fanno intuire ogni motivazione e il loro eclatante avverarsi costituisce sempre l’ultimo disperato grido che viene lanciato ad una platea ammutolita.

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Aveva ripercorso la sua esperienza multiforme e ricca di occasioni e storie da raccontare, nell’appassionato libro intitolato Il mio lungo viaggio nel secolo breve testo riassuntivo della sua esperienza intellettuale e politica, concetti mai disgiunti nel percorso di Lizzani. Un lungo racconto la cui aggettivazione del titolo lasciava una traccia che oggi ha il sapore amaro di un indizio.

Nato nel 1922 a Roma, nel cuore barocco di via dei Coronari, cresciuto in quel “cortile di casa” che erano Piazza Navona o Palazzo Dora Pamphili e, come egli stesso scriveva,  affascinato dalla Fontana dei Quattro fiumi di Bernini opera che lo appassionò alla geografia, cominciò il suo percorso di uomo di cinema infiltrandosi tra gli universitari del Cineguf. La sua formazione culturale fu quella solida e radicata di quei tempi, e le sue origini borghesi, ma suo nonno era stato un garibaldino, non gli impedirono di rivolgere lo sguardo verso una concezione marxista degli assetti sociali.

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La sua carriera cominciò come sceneggiatore, insieme alla schiera di registi che animarono la sempre più lontana eAchtung! Banditi!, 1951 gloriosa epoca del neorealismo italiano. Roberto Rossellini aveva già avuto i suoi riconoscimenti con Roma città aperta e con Paisà e si accingeva a girare Germania anno zero. È proprio con la scrittura della sceneggiatura di questo film che iniziò l’esperienza attiva di Carlo Lizzani nel cinema. Un inizio di tutto rispetto, una prova difficile ed esaltante, tanto esaltante da essere indimenticabile per avere incontrato proprio su quel set la donna della sua vita Edith, la ragazza “carina e intelligente” come scrive, con tanto di virgolette, nelle pagine di quella originale biografia che oggi acquisisce il valore smisurato di un involontario testamento depositario di storie del cinema e di persone di grande fascino culturale.

Un’esperienza altrettanto importante fu quella maturata per Riso amaro (1947) per la regia di Giuseppe De Santis. Lizzani collaborò al soggetto e alla sceneggiatura collettiva di un film che chiamò a raccolta buona parte dell’intellettualità dell’epoca.

La vita agra, 1964Le sue prime regie furono quelle dei documentari, terreno di sperimentazione, palestra per l’affinamento di quella sensibilità narrativa e di composizione delle immagini preludio alla più visibile autorialità del lungometraggio di finzione. Viaggio al sud (1947), Via Emilia km 147 (1949), Nel mezzogiorno qualcosa è cambiato (1950) e Modena, città dell’Emilia rossa (1950), sono i suoi primi lavori. È nel 1951 che il nome di Carlo Lizzani diventa uno di quelli da ricordare. Esce, infatti, in quell’anno il suo primo lungometraggio Achtung! Banditi! che ha come tema la resistenza nelle valli liguri. Esperienza cinematografica e produttiva per Lizzani che riuscì a realizzare il film grazie ad una formula di cooperazione che prevedeva l’acquisto di quote per 500 lire ciascuna e grazie alla fiducia accordatagli da Alberto Lattuada. Lo inorgogliva del film la presenza della fabbrica e del paesaggio industriale, anomalie scenografiche di un cinema che intravedeva un nuovo percorso dopo la salvifica epoca, ma ora esaurita, del neorealismo. Dopo la partecipazione al film collettivo L’amore in città (1953), con l’episodio L’amore che si paga, uscirà nel 1954 Cronache di poveri amanti tratto dal romanzo di Vasco Pratolini. Luchino Visconti che aveva in mente una grossa produzione, rinunciò al film per la non avere reperito i fondi. È del 1955 Lo svitato unico film con Dario Fo ancora maschera comica sui generis, ma lontano da qualsiasi implicazione sociale e politica.

La curiosità e la fortuna occasionale portarono il regista romano a realizzare un film sulla Cina La muraglia cinese (1958). Banditi a Milano, 1968Era il 1956 e il Paese era un pianeta misterioso per l’occidente. Il nome di Mao Tse-tung era se non del tutto, quasi sconosciuto e il film di Lizzani, pur con i suoi oggettivi limiti dettati dall’ideologia, costituì un interessante esperimento per il cinema italiano. Il film lo impegnò per due anni che furono complicati anche dalle vicende legate alla realizzazione, ma il successo lo ripagò degli sforzi compiuti.

È così che Carlo Lizzani è entrato di diritto tra le personalità più acutamente presenti nel panorama del cinema italiano, sempre alla ricerca di un cinema dall’anima popolare e immediatamente percepibile. La sua funzione non fu soltanto quella di regista e scrittore di film sempre più spesso legati ad eventi di cronaca, ad una attualità che nella sua traduzione artistica si tramutava in quotidiana epica o in dramma generazionale, ma anche quella di sempre attento osservatore del costume e dei fenomeni sociali in evoluzione.

Nascono così film come Il gobbo (1960) riflessione indiretta sugli effetti dl conflitto mondiale appena finito, con la partecipazione di Pasolini, La vita agra (1964) dal romanzo di Luciano Bianciardi con Ugo Tognazzi e Giovanna Ralli. Amara e lucida meditazione su un’Italia in pieno boom economico minata alle radici da un giovane intellettuale insignificante. Giustamente considerato tra i 100 film da salvare del cinema italiano. Poi, nel 1965 c’è La Celestina P…R… ancora una commedia popolare ambientata a Milano che lavora sulla satira raccontando la storia di una donna senza scrupoli.

San Babila ore 20: un delitto inutile, 1976Ma è anche il grande romanzo della storia e della contemporaneità della cronaca ad affascinare Carlo Lizzani che alterna a quei film altri che scavano nell’animo di personaggi che hanno segnato il passato e, inevitabilmente il presente. Una ricerca che comincia nel 1961 con L’oro di Roma onesta narrazione di un episodio avvenuto durante l’occupazione nazista, proseguita con il tanto desiderato e inseguito Il processo di Verona (1963) con Silvana Mangano in cui l’analisi storica sconfina nel dramma familiare e ancora Svegliati e uccidi (Lutring) (1966) sulla vicenda del “solista del mitra”, un film dal secco taglio giornalistico con un trentenne Gian Maria Volontè e nel 1974 Mussolini ultimo atto sugli ultimi giorni di Mussolini e l’alba del risveglio da un incubo. Verranno negli anni successivi una serie di film che inducono ad una riflessione sociale partendo dai fatti di una cronaca sempre più pervasa da un malessere diffuso. Il drammatico e concitato Banditi a Milano (1968) le vicende della banda Cavallero divisa tra malavita e politica, Barbagia (La società del malessere) (1969) sulle gesta di Graziano Mesina, Roma bene (1970), Torino nera (1971), Storie di vita e malavita (1975), San Babila ore 20: un delitto inutile (1976) tutti film che adottano i canoni estetici del noir con una forte caratterizzazione dei personaggi, antieroi per eccellenza, dentro le metropoli italiane che si trasformavano in dolenti luoghi di violenza sociale o politica. LaCarlo Lizzani sua carriera è proseguita negli anni successivi con molti lavori, compresa una sua Storia del cinema italiano, grazie ai quali ha continuato a leggere gli eventi storici attraverso le piccole vicende umane, ma anche attraverso una rilettura, grazie al cinema non fiction, della sua personale esperienza umana, artistica e politica. Lizzani, che oggi ci ha lasciati, ha sempre svolto, accanto alla sua originale attività artistica, una funzione di stimolo e di riflessione continua sulla diffusione del cinema credendo alle sue molteplici possibilità. Questa sua forte personalità lo portò dal 1979 al 1982 a dirigere la Mostra del Cinema di Venezia in cui, con coraggio, ha dato spazio attivo alle nuove leve della critica italiana (Muller, Ghezzi, Sanguineti, Spagnoletti, Ungari), lavorando su un’ipotesi di cinema sempre più d’autore e favorendo le visioni che indagavano su nuovi e interessanti fenomeni culturali e artistici. Pera la sua profonda adesione al movimento del circuito culturale nel 1987 fu presidente  della Federazione Internazionale dei Circoli del Cinema svolgendo un ruolo essenziale di lavoro sotterraneo per una maggiore internazionalizzazione del movimento.

Ancora un vuoto, quindi, in questo purtroppo non infinito panorama della nostra cultura. Ancora una notizia negativa, un necrologio per un ricordo che resterà indelebile e sempre vivo e affettuoso.