Casa Shakespeare – All Is True, di Kenneth Branagh

William Shakespeare e le sue opere influenzano la letteratura e il teatro da più di 400 anni; sono state inscenate più spesso di qualsiasi altra opera e ancora oggi continuano ad affascinare il cinema, sempre pronto a proporne delle nuove trasposizioni. Dopo aver diretto Hamlet, Enrico V, As you like it, Molto rumore per nulla e Pene d’amore perdute, e dopo aver interpretato Riccardo III e Othello, opere e personaggi trasposti direttamente dai testi shakesperiani, Kenneth Branagh si cimenta direttamente nei panni del bardo in persona. Si tratta di una maschera troppo appesantita, che rende sconosciuto il drammaturgo più noto del mondo occidentale, ricordandoci quanto in realtà poco si conosce della fisionomia dello scrittore inglese, solitamente immaginato attraverso i personaggi delle sue opere più iconiche; non fosse per il fatto che viene chiamato per nome, non sarebbe così facile capire di star vedendo un film biografico su William Shakespeare.

Siamo nel 1613, dopo l’incendio del Globe Theatre, che lo distrusse mentre si rappresentava il dramma storico shakesperiano Enrico VIII. Il poeta, già ritenuto il più grande scrittore del suo tempo, fa ritorno a Stratford upon-Avon, dove farà i conti con la sua famiglia, da tempo trascurata, e con il lutto non ancora affrontato per la perdita del suo unico figlio maschio, Hamnet, la cui morte è avvenuta molti anni prima. Per cercare di alleviare il dolore ha intenzione di realizzare un giardino commemorativo. Al contrario delle sue opere, ancora oggi ben poco è stato scoperto della vita privata di Shakespeare, proprio come la sua immagine pervenuta, di cui si avvicina alla verità solo un’incisione fatta sette anni dopo la sua morte; e anche ciò che sappiamo potrebbe non corrispondere al vero, soprattutto per quanto riguarda i suoi ultimi anni di vita, che Branagh ha cercato di ricostruire attraverso quegli scritti che sono sopravvissuti al tempo.

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Il titolo è “All Is True” poiché è stato anche il titolo alternativo allegato al dramma storico Enrico VIII, ultima produzione teatrale del Globe Theatre di Londra prima dell’incendio; il regista ha avuto avuto un gran senso dell’umorismo nel voler suggerire, attraverso questa scelta poetica, che si tratta prettamente di avvenimenti reali, dal momento che si tratta perlopiù di ipotesi. Ciò che si sa per certo dalle poche fonti ufficiali è che William ha vissuto a Londra per gran parte della sua vita, cosa che arriva anche grazie al film. Ma c’è anche possibilità, grazie all’intuito del regista e, soprattutto, alla sua passione per Shakespeare – suo autore di riferimento in tutta la sua arte espressa e di cui ha studiato gli ultimi lavori, scoprendo che proprio in quest’ultimo periodo parlava spesso di bambini perduti che si ricongiungono con i loro genitori – che ci potesse essere in lui il bisogno di riunire la propria famiglia e riassaporare l’atmosfera dell’unione domestica e del legame tra gemelli (come i suoi due figli).

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Branagh, insieme allo sceneggiatore Ben Elton, ha ricostruito una figura multiforme dello scrittore inglese, che ha sì l’animo d’artista, mostrando la sua dedizione e fantasia anche nella ristrutturazione di un giardino, ma è anche un uomo che, nella vita reale, lontano dalla sua controparte fantasiosa, non è capace della stessa determinazione, nemmeno per sconfiggere quei tabù delle leggi sociali dell’epoca o nel provare all’essere quell’uomo “monumentale” che si penserebbe leggendo i suoi sonetti. All Is True (in italiano Casa Shakespeare) diventa a tutti gli effetti un dramma familiare che ha come focus quello di ridare pace ad un uomo che ha avuto gloria e benestare e che ormai non ha più niente da pretendere. Interessante vedere come le persone intorno a lui affrontano il suo talento, dalla moglie Anne Hathaway (Judi Dench), analfabeta, distrutta dal fatto di sentirsi così culturalmente lontana dal marito, al terzo conte di Southampton Henry Wriothesley (Ian McKellen), che si bea solo delle sue parole e non della persona che le ha scritte.

Generalmente, quando si prova a narrare di una figura di tale importanza culturale, ci sono due vie: la prima è incentrarsi sulla vita personale, mentre la seconda sulle opere, tentando di spiegare la persona che le ha create. Il regista pare aver intrapreso la seconda strada, al tempo stesso, però, ha cercato di ridurre la figura di Shakespeare a quella di un uomo normale, con problemi ordinari che chiunque potrebbe avere; l’intento di quest’azione non è tanto lo spingere al pubblico a chiedersi come faccia un uomo qualunque ad avere un’immaginazione tanto grande, quanto invece come si possa sopravvivere come persone qualunque senza averne. Branagh prova così a far convivere l’affermazione di Shakespeare che le sue storie provengono dalla sua immaginazione con il dramma di vita della sua famiglia. Lo Shakespeare raccontato dal regista, in ogni caso, non è solo un uomo qualunque, ma un uomo sempre stato così immerso nella sua mente da essere distratto dalla vita reale. Forse la sua non è mancanza di dedizione, ma è proprio un uomo che non sa più come si vive la normalità, e lo dimostra il fatto che verso l’atto finale cerca di migliorarsi e migliorare i rapporti con i suoi affetti. Questi ultimi tre anni di vita raccontati sono stati più come un viaggio alla scoperta del reale; abbandonando il suo talento a Londra, l’uomo prova a ritrovare una pace interiore che aveva perduto all’interno del contesto domestico, cercando di affrontare i drammi che aveva dapprima archiviato. Il suo talento è stato comunque ispiratore per la sua famiglia, moglie e figlia; la prima riuscendo a realizzare un suo agognato desiderio, e la seconda – Judith – che non solo accetta il suo essere donna in quell’epoca misogina, ma riesce a convivere con l’eredità artistica del padre, e non senza prima affrontare una certa spinosità al riguardo.

Grazie alla bellissima cooperazione tra fotografia (Zac Nicholson), scenografia (James Merifield) e reparto costumi (Michael O’Connor) viene data dignità proprio all‘immaginazione brillante dell’artista, che ha destinato all’arte la sua intera vita, raccontandolo attraverso dei fotogrammi simili a dipinti che ne rappresentano il periodo, l’atmosfera e il senso artistico emanato da quelle sensazioni. Scelta stilistica che come conseguenza rende il componimento tendenzialmente statico ma la cui resa è una messa in scena atta a sottolineare il confine tra realtà e fantasia insito all’interno di un solo individuo. Il film diventa un teatro, la location il palcoscenico, la vita reale una tragedia. Ed ecco perché All is true: perché tutto è vero, l’immaginazione è reale.

Titolo originale: All Is True
Regia: Kenneth Branagh
Interpreti: Kenneth Branagh, Judi Dench, Ian McKellen, Kathryn Wilder, Lolita Chakrabarti, Jack Colgrave Hirst, Matt Jessup, Sabi Perez
Durata: 101′
Origine: USA, 2018

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.6

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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