Ciurè, di Gianpiero Pumo

Il film vincitore della sezione italiana del RIFF 2023 decostruisce i pregiudizi legati alla sessualità in una Palermo contemporanea. Esordio alla regia per Ciurè che è anche interprete protagonista

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Un dramma sociale che ha il merito di mettere al centro un personaggio maschile alla riscoperta della propria sessualità. Ciurè si inserisce in quel filone del cinema italiano indipendente dove la periferia si dischiude per mostrare sfaccettature complesse del maschile e del femminile.

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Esordio alla regia per Gianpiero Pumo che è anche interprete protagonista. Salvo è un padre solo, intrappolato in un ambiente dove “mascolinità” significa violenza. Lo vediamo cercare lavoro in un’officina meccanica, poi in una palestra. Il “femminile” sembra essere qualcosa da combattere: la prima donna che incontriamo è la preside della scuola di suo figlio, incerta e preoccupata a causa del comportamento del bambino. Giovannino non parla da un anno. Nelle scene che lo inquadrano, dall’incipit in poi, il suono si appanna; si ha l’impressione di stare sott’acqua, come se Giovannino stesse rivivendo la condizione fetale. La prima inquadratura del film mostra le sue mani tese verso una luce luminosa, il lenzuolo bianco lo copre e lo protegge, come fosse in un ambiente ovattato, lontano dai rumori, dalle urla.

Salvo riesce però a tirare fuori il suo lato più dolce e protettivo quando è con il figlio. Una tenerezza che solo questo rapporto concede e che tradisce la sua vera umanità, ben diversa dalla maschera che indossa. Guadagna soldi in modo illecito: gira per Palermo estorcendo denaro a sangue.

Quando la ballerina transgender Ciurè (che ricorda una Amy Winehouse “ripulita”) lo raccoglie dal marciapiede, offrendogli una dolcezza alla quale Salvo non è più abituato, la sua risposta omofoba accentua un divario già esplicito tra i due mondi. Nel buio della notte, in mezzo alle luci della discoteca, i ruoli si confondono e si sfumano; la voce seducente di Donatella Rettore che canta Splendido Splendente viene accostata alle labbra rugose di un’anziana ballerina transgender.

La musica anni ’80 ha un ruolo centrale nel film; scandisce montaggi che mostrano la routine dei personaggi, tra la brutalità vissuta in periferia e il peso di una solitudine opprimente. Il brano Amore disperato assume nuove connotazioni all’interno di questo contesto.

A poco a poco, Salvo comincia ad apprezzare la natura di Ciurè. Materna e paziente con Giovannino; seducente e comprensiva persino davanti a chi la tratta con prepotenza, come l’ex di Salvo, madre del bambino: un’eroinomane che considera la transizione sessuale un atto vergognoso e che si sente legittimata a dettare le proprie regole di “decenza sociale”.

Viene dato molto spazio al corpo – le scene di danza, così come quelle al mare si limitano a mostrare silhouette in dialogo tra loro, senza volti né maschere.

Ciurè è il titolo del film ma non è la protagonista: la vita di Salvo, così come quella di Giovannino, viene completamente trasformata da questo incontro. Ed è il personaggio di Salvo ad essere al centro della scena; vestito da Frank-n-Furter ed incapace di ammettere a sé stesso l’attrazione che prova per il “diverso”. Un passo in avanti per il cinema italiano: vediamo un maschile decostruito che deve trovare nuovi punti di riferimento. Seppure il ritmo della narrazione è a tratti altalenante, gli interpreti sono ben diretti e l’operazione ideologica e sociale che la storia si occupa di portare avanti è degna di nota.

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