Copia originale, di Marielle Heller

Le mille luci di New York. La malinconica bellezza dei suoi locali e delle sue insegne. I marciapiedi, i pub e i salotti in cui serpeggiano riflessioni sul blocco dello scrittore e sulla struttura narrativa lineare. È a tratti permeato da atmosfere alla Woody Allen Can You Ever Forgive Me? (titolo italiano Copia originale), anche se l’incantesimo romantico non nasconde il lato oscuro della Grande Mela, fatto di sopravvivenza finanziaria e vite da marciapiede. Siamo nel 1991, Lee Israel (Melissa McCarthy) osserva sprezzante il mondo “alto”, ma appartiene al “basso”. È una scrittrice che non ha avuto successo e che ha perso il lavoro. Non ha i soldi per pagare l’affitto del suo appartamento sporco e ha un problema con l’alcol e le persone. La sua è una vita anonima contraddistinta da ambizioni letterarie, come le migliaia di anime che arrivano a New York. E la città sembra assistere immutabile al suo destino, sospesa nella sua abbacinante indifferenza e nelle tante storie umane che racchiude. Quella di Lee diventerà inaspettatamente movimentata, una specie di spy-story ambientata nel mondo dei collezionisti. Perché una cosa questa donna grassa e riservata la sa fare bene: rubare, anzi… trasformare in arte il furto, creare un falso che nessuno sa riconoscere e a cui tutti vogliono credere. D’altronde chi decide cosa è letteratura e cosa non lo è? Lee scopre di essere una straordinaria scrittrice di lettere false ed eccola sbarcare il lunario vendendo a peso d’oro finte pagine firmate da drammaturghi e attori: Dorothy Parker, Noël Coward, Fanny Brice. Il suo complice è l’omosessuale e compagno di sbronze Jack (Richard E. Grant), un dandy scintillante e allo stesso tempo malinconicamente segnato dalla vita e dalla città.

Alla base c’è il libro omonimo e autobiografico pubblicato dalla Israel a metà Anni ‘90, da cui Nicole Holofcener e Jeff Whitty (candidati all’Oscar) confezionano una sceneggiatura strutturalmente impeccabile, fatta di tanti elementi differenti, condensati e sciolti senza mai cadere nell’intellettualismo: l’omaggio alla città, la solitudine, l’intrigo, i sentimenti dei personaggi, la riflessione teorica sull’arte. Ci sono film che rischiano di funzionare più sulla carta che alla visione, ma Can you ever forgive me non è uno di questi. Molto merito va dato a Melissa McCarthy e Richard E. Grant (nomination anche per loro) che assumono sul loro corpo, sulle rughe e sulle lacrime il peso dolente e autoironico di due looser in cerca di riscatto. È forse soprattutto grazie a loro che Marielle Heller riesce a intercettare un mondo emotivo molto “vero”. La macchina da scrivere, gli oggetti, i cappotti e i maglioni, le ciniche battute di Lee e Jack, i drink scolati, in qualche modo la regista riesce a farci stare dentro al “suo” film, con uno sguardo tanto semplice quanto intriso di nostalgia e di sincero affetto per i suoi personaggi. Come quelle foto sbiadite capaci di raccogliere il sapore di un tempo perduto, Can You Ever Forgive Me? alla fine sembra accarezzare tutte le emozioni e i rimpianti che ci è concesso vivere. Penso al bellissimo, rapido primo piano di Anna che indossa gli occhiali per leggere il menù davanti a Lee. Un’intersezione con un melò “negato” che la Heller deve realizzare al più presto.

Titolo originale: Can You Ever Forgive Me?
Regia: Marielle Heller
Interpreti: Melissa McCarthy, Richard E. Grant, Dolly Wells, Jane Curtin, Anna Deavere Smith
Distribuzione: Twentieth Century Fox
Durata: 107′

Origine: USA, 2018

 

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