District Terminal, di Bardia Yadegari e Ehsan Mirhosseini

Nella sezione Encounters il film scritto e diretto dalla coppia di registi iraniani mette sul piatto una narrazione cruda e allo stesso tempo poetica, che parla di censura e libertà di parola

L’aria che si respira quando si entra dentro la bolla di District Terminal sembra pulviscolare, densa e pesante e sicuramente la respirazione, il fumo e il soffio vitale sono elementi chiave del film di Yadegari (anche attore del film) e Mirhosseini. Tutto si muove infatti attorno a Peyman, poeta, con una forte dipendenza dall’eroina, con una figlia a carico ed una vita che lo attende negli Stati Uniti. Accanto alla sua storia in un doppio filo distopico/realista si alternano ciò che l’Iran è con ciò che l’Iran potrebbe essere in un breve futuro. Attraverso questa scelta registica che alterna più livelli narrativi il film riesce ad esprimere tutto il potenziale che un personaggio come Peyman ed un contesto come l’Iran possono offrire.

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Sicuramente quello che colpisce è la straordinaria importanza che viene data alla morte già dalle prime sequenze del film in cui su un lato del muro della camera di Peyman, tappezzato di fotografie e scritte, campeggiano le foto dei cantanti del Club dei 27. Poco dopo si sentono Peyman e i suoi amici discutere del concetto del suicidio. I discorsi che si tengono in Distric Terminal sono tanti, seppur si tratti di un film che si serve di simboli e di immagini, in realtà è anche un film estremamente verbale. Ma con l’immaginario della festa (meravigliosa la scena della danza collettiva senza musica) si può forse intravvedere un’eco felliniana in una meravigliosa scena/allucinazione popolata da personaggi circensi. Allucinazioni appunto, incertezza, confusione mentale, piani temporali differenti, immaginazioni che prendono forma. Da questo punto di vista incantano le scene con le poesie di Peyman recitate in voice over che fanno da contorno alle immagini dotate di una fotografia che mette in risalto i colori caldi e le sfumature delle ambientazioni che spesso si riducono ad interni, a campi lunghi esterni oppure alle stesse location ripetitive in cui si svolge la vita monotona di Peyman.

Il personaggio principale infatti racchiude in sé oltre al classico conflitto interiore contro la dipendenza (che, come è tipico, risucchia anche tutte le persone attorno a lui, specialmente sua madre) anche una riflessione sulla censura e sulla libertà di parola all’interno di un paese che un anno fa condannava uno dei suoi più influenti registi, Mohammad Rasoulof (il quale tra l’altro in There is no evil ha lavorato con lo stesso Bardia Yadegari). La voglia di riscatto di Peyman di fatto non si risolve mai, perdendosi in una continua ricerca verso la via di uscita (come la voglia di espatriare negli Stati Uniti, progetto che da un anno non riesce a concretizzarsi) mentre attorno a lui sembra che tutti se ne stiano andando, compresi i suoi amici. Peyman rimane incastrato nei suoi stessi versi, così liberi, così puri, totalmente opposti alla vita che l’uomo porta avanti, piena di slanci che si risolvono in fumo, come il fumo che è una delle altre ossessioni di Peyman.

Un’opera figlia di un Paese che soffre proprio per questa stasi intellettuale, un’opera che a tratti sembra disperata in una paresi totalizzante, a tratti vogliosa di una nuova vita oltre le cortine di foschia che la avvolgono. District Terminal è uno di quei film che iniziano a vivere nel momento in cui finiscono e che per tutta la durata della visione incatenano lo spettatore in una simbiosi con il protagonista che rende difficile il giudizio distaccato, ma lascia soltanto la scia di qualche parola di speranza o di fallimento sussurrata lontano.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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