Falcon Lake, di Charlotte Le Bon

L’adolescenza e la scoperta dell’amore per un racconto di formazione “stregato”, dal fascino spettrale. Bellissimo e astratto. In Concorso.

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L’inquietante come rumore di fondo dell’adolescenza. Ogni racconto di formazione, di fatto, è un’astrazione di luci e ombre, scoperta e paura, esposizione dei corpi nello spazio del visibile e negazione di essi. In Falcon Lake di Charlotte Le Bon c’è tutto questo e anche di più, raccontato in una bellezza perturbante, sospesa nella linea d’ombra della giovinezza e dei generi cinematografici. Un ragazzo e una ragazza. Un’estate nel Quebec. Ma Rohmer c’entra fino a un certo punto, perché i dialoghi sono ridotti all’essenziale e i silenzi e le atmosfere contano quanto le parole. E qui emerge prepotentemente il paesaggio, a tal punto gotico, fisherianamente eerie, da diventare un personaggio esso stesso, quasi il manovratore occulto di un’educazione sentimentale onirica ma allo stesso tempo tangibile, in ossessiva fascinazione di un contatto carnale mancante – i morsi che i due protagonisti danno continuamente alle loro mani per far uscire del sangue.

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È innanzitutto un film di pura esperienza sensoriale questa opera prima della canadese, classe 1986, Le Bon, già attrice per Michel Gondry (Mood Indigo) e Robert Zemeckis (The Walk) che qui adatta con molta libertà la graphic novel di Bastien Vivès Une soeur per trasformarla in un opera estremamente personale. Un tredicenne parigino, Bastien, ancora acerbo si ritrova a trascorrere le vacanze con la sua famiglia in un cottage in mezzo alla natura. C’è un lago abbandonato che alcuni ragazzi credono infestato da un fantasma. Ma soprattutto c’è Chloe, la figlia sedicenne di un’amica di famiglia con cui Bastien comincia a trascorrere del tempo. Lei è più ribelle e disinibita, spinge Bastien nei territori dell’innamoramento, nei primi impulsi di desiderio, e l’incontro diventa così un rito di passaggio tra la fanciullezza e la maturità, ma anche tra la luce del giorno e il buio della notte.

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Un film eerie dicevamo. Stregonesco. Riprende ovviamente la lezione del cinema d’autore francese sul racconto di formazione e su come filmare i ragazzi al cinema – straordinari i due protagonisti Sara Montpetit e Joseph Engel – ma poi diluisce coraggiosamente questo stesso ritratto di adolescenti nella letteratura horror anglo-americana. E infatti Falcon Lake sarebbe piaciuto tanto a Mark Fisher quanto soprattutto a Shirley Jackson, la scrittrice “di fantasmi” amatissima da Stephen King e Michael Flanaghan. In tutto questo Charlotte Le Bon compie il miracolo di realizzare un film perfettamente sospeso tra interno ed esterno, comunicazione e silenzio, inquadratura e fuori campo, leggerezza e angoscia. Un film bellissimo e astratto. Dal fascino spettrale. Che sembra rigenerarsi continuamente in forme e ombre diverse, come se fosse stato scritto, guardato e pensato dal nostro inconscio.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.3
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Il voto dei lettori
4 (1 voto)
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