#FESCAAAL29 – Dreamaway e Freedom fields

I due film in concorso consentono di ampiamente riflettere sulla trasformazione, ormai quasi del tutto compiuta, del cinema nella sua forma classica di evento narrativo in quella nuova e aggregativa forma del racconto che si articola, invece, all’interno di una modelli narrativi che hanno a che fare con il reale, ma che, al tempo stesso, da questa incombenza intendono sfuggire, per un rifiuto quasi naturale ad essere categorizzato come prodotto con questo marchio.
Si tratta di due film, solo in parte diversi, ma diversi sicuramente per i mezzi, che per il resto viaggiano su traiettorie parallele e vanno dritti al sodo per raccontare delusioni simili nel loro effetto finale.
Dreamaway è sicuramente il film più stimolante sotto il profilo della sua realizzazione e sicuramente sotto quello più strettamente legato alle modalità narrative e strutturali scelte.
In un resort a Sharm El Sheikh i dipendenti raccontano le proprie esperienze, la propria vita e le proprie delusioni.
Il deserto e gli scenari del Mar Rosso fanno da sfondo al racconto di questi giovani o quasi meno giovani, che, in cerca di certezze e nella speranza di un lavoro appagante, sono arrivati al resort Paradise. Luogo indefinito e quasi terra di nessuno, Sharm El Sheikh sembra dovere destrutturare completamente le vite di queste persone e in quella naturale bellezza senza radici, le loro vite pare debbano consumarsi senza una precisa identità. In una sorta di eterna finzione sembra difficile vivere perfino la propria esistenza e i ricordi e le speranze sembrano ormai precipitate chissà dove. Omara e Damke sanno guardare al cuore di questi personaggi e nelle loro sedute quasi psicanalitiche, consumate lungo le strade dei luoghi con un furgone che porta nel cassone una specie di totem che interroga chi lo segue a distanza e a piedi, il film manifesta la sua umanità. È qui che si scorgono i riflessi di possibili verità che non fanno fatica ad emergere. Forse questo film con il suo amplificare le delusioni di un modello di vita occidentale e soprattutto nel raccontare l’avvilimento di vite prima piene di speranza, diventa un simbolo eccezionale e illuminante di cosa possa essere oggi la crisi di una felicità senza volto, acquistabile come qualsiasi altro prodotto. In tempi di passioni tristi e di progressivo impoverimento di fantasia, sono venuti a maturazione i miti dell’agenda programmata del divertimento di cui il resort è forse il simbolo migliore. Il cinema guarda con partecipazione a questi risultati, potendoli solo registrare con la migliore efficacia possibile. Il sogno è più lontano, si dovrebbe dire o forse il sogno è lontano. Dreamaway è un poco tutto questo è un sogno che non esiste più ed è intenso e affettuoso lo sguardo con il quale i due autori guardano ai propri personaggi, provando a trasferire quel sogno infranto e la loro definitiva disillusione in quelle immagini in cui sono seguiti di spalle o in quella solitudine del resort prima che si animi del turismo già pronto al ballo collettivo cui seguirà la sessione di acquagym, prima dell’aperitivo che concluderà la mattinata di programmato divertimento. Dreamaway apre uno scenario desolante, ma al contempo sembra accelerare gli effetti di questo piccolo disastro esistenziale alla ricerca di un nuovo corso e di nuove passioni.
Ancora sulle passioni, ma sotto altra forma, indaga Freedom fields, il film di Naziha Arebi che è la prima donna libica che riesce a girare un film in quella difficile condizione in cui il Paese, ormai da anni si trova.
Il claim del film è una frase della poetessa e scrittrice americana Audre Lorde: A volte abbiamo la fortuna di poter scegliere il momento, e l’arena, e la maniera della nostra rivoluzione, ma più spesso dobbiamo combattere dove stiamo.
Ancora una volta il calcio diventa l’arena privilegiata in cui si possa giocare il riscatto arrivando aduna rivincita. La squadra femminile è formata da donne determinate, che vorrebbero, attraverso lo sport e la disciplina di gruppo, abbattere muri e steccati, attribuendo un significato ulteriore alla loro scelta e provando a restituire dignità anche alle loro persone. La rivoluzione libica sembra aiutarle, ma anche questa a breve distanza si rivelerà peggiore del male che ‘ha causata.
Naziha Arebi vive in Inghilterra ed è tornata in Libia nel 2010, senza prima, averci mai messo piede. Il suo film, più ancorato ad una visione istantanea del racconto, è suddiviso in tre parti che guardano la situazione venutasi a creare, rispettivamente dopo un anno, tre e cinque dalla rivoluzione. È un più classico film di non fiction in cui le tre protagoniste scelte dalla regista, sono anche l’anima della squadra di cui la Arebi è venuta a conoscenza per avere sentito la notizia alla radio. Anche qui la frantumazione del sogno rivoluzionario e l’ascesa dell’integralismo segnano la delusione e lo spezzarsi di speranze, segnando la conclusione di un ciclo che solo la caparbia volontà femminile può fare ripartire.
I due film, ma Dreamaway soprattutto, mostrano chiare le mutazioni genetiche che questo cinema ci propone, ormai con pressante efficacia. Il nostro occhio e la nostra sensibilità si sono ormai abituati alla trasformazione e ci fanno guardare con immutato interesse alla narrazione che, confondendosi, scivola sempre più dentro le pieghe del reale, per dare vita ad un tertium genus che sembra avere già un profilo definito, una sua chiara identità in cui il reale trova forma nei percorsi meditati e sintetici di una fantasia creativa, ma anche di un pensiero sempre più complesso che fornisce sostanza all’immaginazione.
Il cinema, in questa progressiva metamorfosi, si adatta ad una nuova dimensione naturale, e in questi film, restituisce dignità anche al disincanto, lasciando intatto il sogno che come il cinema è sempre una piacevole allucinazione.