FILM IN TV – Il posto delle fragole, di Ingmar Bergman

Il posto delle fragole, di Ingmar Bergman

In un film dove i motivi cari a Bergman si sprecano, si moltiplicano e si rispecchiano, sono gli occhi gonfi e le labbra tremanti di Victor Sjöström a farsi carico del film, dove ogni minuto è una caduta, una discesa verso la terra, un riallinearsi a se stessi, ai propri desideri e alle proprie ambizioni, ma rivisti con gli occhi lattiginosi della vecchiaia, che appannano e distorcono anche la più palese delle verità. Sabato 8 Luglio, ore 8.25, su RaiMovie

Il posto delle fragole, di Ingmar Bergman

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Ho avuto freddo per tutta la vita. Nell’atto di torcere il collo, nello sforzo di guardare la scia passata della propria vita, si rischia spesso di decollarsi (in ogni senso possibile del termine) e abbandonare così la ragione, gli occhi o il suolo stesso. A meno che non si abbia la testa saldamente ancorata al corpo, troppo pesante per volare davvero.

Come si giustifica altrimenti questo sforzo contorsionistico di Bergman, ai limiti dell’autolesione, di proiettarsi in avanti per guardare un passato non ancora avvenuto? La flagellazione psicologica del protagonista Isaak Borg, che stringe volentieri il braccio del fratello speculare, Il settimo sigillo, più vecchio di centinaia di anni o di pochi mesi, non è forse solo merito delle turbe del regista svedese. In un film dove i motivi cari a Bergman si sprecano, si moltiplicano e si rispecchiano (dai rimandi, palesi e non, al film precedente, allo sdoppiarsi dei personaggi, all’insistita presenza di specchi e primi piani), sono gli occhi gonfi e le labbra tremanti di Victor Sjöström a farsi carico del film. Il risentimento tangibile del regista verso il personaggio di Borg, ancora una variazione sul tema dell’ossessiva figura paterna, fonte inesauribile di spunti disseminati per tutta l’opera bergmaniana, viene stemperato dall’enorme peso che l’attore riesce a imprimere ad ogni parola e gesto: in ottica puramente gravitazionale, ogni minuto è una caduta, una discesa verso la terra, un riallinearsi a se stessi, ai propri desideri e alle proprie ambizioni, ma rivisti con gli occhi lattiginosi della vecchiaia, che appannano e distorcono anche la più palese delle verità. A ben guardare, vi è poca memoria nella mente di Borg, vittima inerme, invece, di fantasmagorie oniriche a volte violente e a volte placide, ma che rivelano sempre in maniera incresciosa la vergogna di vivere, lo sguardo colpevole nascosto dietro alle foglie, Il posto delle fragole, di Ingmar Bergmancomplice e vittima al tempo stesso. Il suo essere morto in vita è uno specchio freddo in cui tutti i personaggi prima o poi si vedono riflessi: un continuo trovarsi sotto esame, schiacciati sotto un vetrino di rimorsi o di angosce, ma sempre in grado di rivoltarsi e passare da inquisiti a inquisitori. Ma il film, così come il suo protagonista, preferisce deviare dalla strada principale: al treno si preferisce la macchina, così come alla narrazione lineare si preferisce una continua sosta nel territorio dell’inconscio, con una conseguente sfumatura dei confini temporali che insieme richiama e allontana l’idea della morte che, se ne Il settimo sigillo dominava ogni scena, qui è solo una silenziosa compagna di viaggio.

 

Un viaggio che approda infine all’eterno ritorno di un’infanzia idealizzata o distorta, pervasa da un bianco etereo che acceca, più che rassicurare. Ma dopotutto, non è la meta, ma il tragitto, ciò che importa. Attraverso la riconciliazione familiare, dopo aver guardato abbastanza a lungo il ghiaccio del proprio volto, in attesa delle prime crepe, Borg può finalmente sorridere, immerso nelle fantasie estive, al cospetto di genitori troppo distanti per avere un volto. Le fragole sono finite.

 

Titolo originale: Smultronstället

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Regia: Ingmar Bergman
Interpreti: Victor Sjostrom, Bibi Andersson, Ingrid Thulin
Origine: Svezia, 1957
Durata: 95'

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