FILM IN TV: "Mariti e mogli" di Woody Allen

Film assolutamente alleniano per temi, situazioni e atmosfere, "Mariti e mogli" si distingue per il suo stile volutamente sporco e nevrotico, specchio fedele delle schizofrenie e ansie dei protagonisti. Domenica 2/10 su Rete4 ore 2

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Girato tra il novembre 1991 e il febbraio 1992, Mariti e mogli esce proprio nel periodo in cui si sta consumando la separazione tra Allen e Mia Farrow: facile, quindi, leggere in queste storie di coppie intellettuali in crisi un'eco della vicenda personale del regista. Ma come spesso accade, l'autobiografismo c'entra poco o, se c'entra, è solo un riflesso, del resto sempre presente nell'opera di un autore "ego-centrico" come Allen. In realtà, questo Mariti e mogli è un film tipicamente alleniano per temi, situazioni, atmosfere. L'intellettuale alle prese con le sue ossessioni e le sue nevrosi, il rapporto uomo-donna sviscerato con acume e disincanto, la verbosità dei personaggi come un tentativo (vano) di comprendere e comprendersi, di afferrare un senso delle cose. Ciò che cambia rispetto agli altri film di Allen è l'assoluta mancanza di narcisismo, il fatto di essere un'opera estremamente corale, in cui si elevano a pari dignità drammaturgica le vicenda di Gabe (Allen stesso) e Judy (Mia Farrow), Jack (Sidney Pollack) e Sally (Judy Davis), dei vari terzi "incomodi", il romantico Michael (LIam Neeson), l'affascinante studentessa Rain (Juliette Lewis). Ma qui a cambiare è soprattutto lo stile del regista, cioè il suo occhio. La macchina da presa a mano si fa nervosa, in continuo movimento, segue gli spostamenti degli attori, passa dietro e accanto a loro, ne registra i tic, le gioie e le sofferenze, i dubbi e le angosce. In un'epoca di estetiche "dogma", sterili e fini a se stesse, stupisce un utilizzo della macchina a mano così pertinente, necessario, specchio fedele dell'instabilità emotiva dei personaggi. E così i raccordi di montaggio saltati, il jump cut che fa molto nouvelle vague, la rinunzia ai più classici dei campi/controcampi a favore dei primi piani insistiti e indagatori: tutto contribuisce a creare un clima di schizofrenia, adatta alla girandola delle separazioni e dei ritorni, delle illusioni e delle rinunzie. C'è chi ha parlato di stile documentaristico: in parte è vero, le stesse confessioni dei personaggi all'ipotetico analista/spettatore assomigliano alle interviste tipiche dei documentari, ma in realtà ad Allen non interessano le indagini sul campo, le dimostrazioni empiriche. D'altronde la rigida scansione simmetrica del racconto non lascia dubbi. Allen ha il tono di chi già ha capito e propone la sua visione del mondo, perciò il suo occhio cerca di restare esterno, pirandellianamente "strabico", salta dall'uno all'altro dei suoi personaggi, per non parteggiare per nessuno, per non cadere mai nel melodramma e nel sentimentalismo. L'Allen regista è infinitamente più consapevole dell'Allen personaggio (che smarrito, nel finale, confessa di non voler più soffrire o far soffrire), consapevole, come già ci diceva in Io e Annie, di quanto siano fottutamente "pazzi e assurdi" i rapporti uomo-donna, ma assolutamente necessari, poiché tutti, in fondo, "abbiamo bisogno delle uova".  

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MARITI E MOGLI (Husbands and Wives) di Woody Allen

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con Woody Allen, Mia Farrow, Judy Davis, Sidney Pollack, Liam Neeson, Juliette Lewis, Lysette Anthony


USA 1992, 107'


Domenica 2 ottobre, Rete4, ore 2


 

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