FILM IN TV – "Nelly e Monsieur Arnaud", di Claude Sautet

Ultimo tassello di un capillare studio dell'animo umano portato avanti per almeno vent'anni, Nelly e Monsieur Arnaud è il film-testamento di Claude Sautet, che sarebbe scomparso di lì a cinque anni, nel Duemila.

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Un lascito quasi sussurrato, sottovoce, così come la relazione platonica e ben educata tra i due protagonisti, legati da una affinità inesprimibile a parole e destinati a trovare fra altre braccia un momentaneo sollievo a una solitudine che appare ineluttabile.

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Da questo punto di vista il film è gemello, ampliandone il teorema, del prezioso Un cuore in inverno, che già esprimeva alla perfezione lo sguardo dell'autore sulle passioni inespresse, le emozioni bloccate, le cose che potevano essere e non sono state.

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L'ultimo Sautet torna su quella sorta di autismo affettivo che già attanagliava i suoi personaggi, i suoi borghesi alle prese con successi sociali e fallimenti privati, per esprimersi in maniera ancor più radicale sull'impossibilità di abbandonarsi al sentimento, di viverlo appieno, raccontando questo fiume in piena attraverso una messa in scena antitetica, composta fino a sfiorare la rigidità.

 

Una formula talmente calibrata, perfezionata, quella del contrasto tra le passioni che si agitano sul fondo e l'apparente freddezza della struttura, tra impassibilità degli interpreti e astrattezza dei dialoghi e un sottotesto di sguardi, guizzi infiammati, da mantenere intatta la forza e l'attualità del mélo, anche in una rivisitazione del genere all'interno di un contesto dove le passioni non possono più essere fiammeggianti.

 

Nelly e Monsieur Arnaud sancisce anche, col ritorno di una giovane e splendida Emmanuelle Béart – dopo il folgorante ruolo della violinista Camille di Un cuore in inverno, vertice del triangolo con Dussollier e Auteuil –  l'arrivo di una nuova musa nel cinema di Sautet dopo l'indimenticata Romy Schneider: bambola di porcellana capace di essere improvvisamente dura o fragile, la Béart inscrive nel suo volto di belle noiseuse la duplicità intrinseca agli ultimi film del regista.

 

Dotata di una bellezza tanto antica quanto moderna, di una sensualità mortificata dagli umori della vita quotidiana, Emmanuelle Béart arriva ad incarnare perfettamente questo cinema che si nutre di triangoli amorosi, di locali borghesi, dei ritmi lenti ed eleganti di un ceto che appare ormai al termine dei suoi giorni. Del nuovo che avanza e fa inesorabilmente fuori vecchi maestri di musica e artigiani liutai, mentre si fanno largo l'informatica, le macchine, l'industria.

 

"Il tempo è un lusso", in quest'epoca "difficile come tutte le altre, ma che si supponeva non dovesse esserlo", dice a Nelly il vecchio Arnaud. Dal canto suo, il demiurgo Claude Sautet si prende il suo tempo, consapevole, come certi suoi personaggi, di appartenere ormai a un altro mondo e getta il suo sguardo disincantato, ma ancora emozionale, sulle miserie emotive di un'umanità sperduta.
Cinema di parola, sicuramente bavarde, chiacchierone, che fa di café e brasserie puri spazi dialogici, ma con una potenza raramente vista al cinema da qualche anno a questa parte.